The Haunting of Hill House al Richmond Theatre e in tournée – recensione

Il cast di The Haunting of Hill House, © Pamela Raith

Il thriller soprannaturale di Shirley Jackson, The Haunting of Hill House, fu adattato per la prima volta a teatro nel 1964 da F Andrew Leslie. Ma è oggi probabilmente meglio noto per l’ultima versione su Netflix. La nuova tournée diretta da Martin Constantine punta molto sugli effetti speciali, ma non riesce a lasciare una traccia duratura.

Eleanor, Theodora e Luke sono tre estranei riuniti dall’investigatore del paranormale Dr Montague per tentare di scavare nei segreti della misteriosa Hill House. Hugh Crane costruì la casa per la sua famiglia ottant’anni fa, ma sua moglie e la giovane figlia morirono tragicamente in un incidente di carrozza nel giorno in cui si stavano trasferendo. Man mano che gli eventi bizzarri aumentano, il gruppo viene risucchiato nel passato oscuro della casa, con conseguenze tragiche.

Perché i personaggi accettino di farsi coinvolgere in questa situazione resta piuttosto oscuro. Ci sono riferimenti fugaci alle capacità psichiche limitate di Theodora, agli incontri di Eleanor con fenomeni paranormali (che lei nega) e alla presenza di Luke come custode e futuro erede della casa stessa. Dopo l’intervallo, arriva anche la moglie del dottor Montague, apparentemente perché a casa da sola si annoia un po’.

Sembra che il team di produzione sia ansioso di infilare nel copione il maggior numero possibile di clichés dell’orrore: la governante cupa, la scatola musicale infestata, il cavallo a dondolo che si muove da solo, insieme a figure immobili che sembrano fissare dalle finestre e lampadine che esplodono.

L’orrore e i thriller psicologici sono notoriamente difficili da adattare per il palcoscenico, ma funzionano meglio quando non sono eccessivamente espliciti. La mente compie da sé un lavoro magnifico nel generare paura se le si concedono solo piccoli indizi su ciò che potrebbe accadere; porte che cigolano in modo estremamente rumoroso non bastano a creare quell’inquietudine profonda.

Robin Morrissey and Clancy Ryan in The Haunting of Hill House
Robin Morrissey e Clancy Ryan in The Haunting of Hill House, © Pamela Raith

La sceneggiatura di Stef Smith è tanto stantia quanto quelle porte. Il romanzo originale di Jackson smaschera sapientemente l’ideale americano degli anni ’50 su come le donne dovessero rassegnarsi alle restrizioni della vita domestica; questo aspetto affascinante viene trattato in termini così espliciti da perdere di effetto reale. Gli attori si esprimono con frasi banali e non c’è molta sottigliezza nell’esplorare se ciò che accade sia reale o solo frutto dell’immaginazione dei personaggi.

La compagnia fa quel che può: una Clancy Ryan dagli occhi spalancati ha la parte più ricca da interpretare nel ruolo di Eleanor, piegata dal proprio passato familiare. Sian Howard interpreta in modo adeguato la grigia governante Mrs Dudley, Sophie Lenglinger è eccessivamente civettuola come Theodora e Robin Morrissey cerca di trovare uno scopo nel personaggio di Luke.

Ci sono diversi elementi positivi: è una produzione dall’aspetto e dal suono piuttosto curati. Il design sonoro atonale di Johnny Edwards crea un’atmosfera tagliente e inquietante, mentre il design video di Duncan McClean utilizza proiezioni sapientemente costruite per segnare i cambi tra le stanze interne della casa, oltre a suscitare eventi ultraterreni. Il set di Ti Green è adattabile, ma i cambi scena sono a scatti e spesso si affidano a una tenda per celare i movimenti.

The Haunting of Hill House è un’occasione mancata per creare una produzione davvero inquietante e sconvolgente. Può essere ricco di stile, ma manca di sostanza.

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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