Il suo ultimo album:

Hai alle spalle otto album, una carriera lunga alle spalle, ma tornando alle origini, com’é nata la tua passione? cosa ti ha fatto innamorare della musica e ti ha fatto scegliere di percorrere questa strada?

L’ascolto. Ascoltare la musica altrui è stata la molla. Tramite mio padre, mio zio e mia madre. La chitarra acustica. Niente è stato in grado di nutrirmi tanto quanto i dischi e le voci di Joni Mitchell, David Crosby, Stephen Stills, Neil Young, Tom Waits, Bruce Cockburn, Jackson Browne, John Martyn, Nick Drake gente che con la propria arte e sacrificio è stata in grado di curarmi e coccolarmi e portarmi a capire su che cosa avrei voluto e potuto davvero lavorare, fino allo spasimo.

Hai scritto molto anche in inglese, come definisci questa tua parentesi? Com’è stato per te scrivere in un’altra lingua?

L’apprendistato necessario. Ascoltavo esclusivamente musica proveniente dagli Usa, al massimo Gran Bretagna e scrivere/improvvisare in inglese è stato soltanto un gesto naturale, istintivo al quale poi ho pensato di dare un seguito appropriato con l’italiano, quando ne ho sentito l’esigenza.

Che tipo di musica ascolti?

Vivo momenti difficili. Poche, pochissime cose contemporanee. Tanto passato o musica composta e scritta da figli del passato. C’è molta offerta oggi ma niente che mi tocchi davvero, se non da un punto di vista razionale e conoscitivo per essere al passo coi tempi e sapere che cosa capita intorno. C’è poca gente che lavora sul piano delle emozioni, troppa che lavora su quello dei soldi e, per questo, continua a servire piatti sicuri e già digeriti. In primis chi produce. Non si tratta di novità e di idee che mancano ma di assenza di qualità profonda. Nessun contenuto in quelle idee. Non basta scrivere slogan per convincermi, di questo è pieno tutto il mondo. La musica doveva rimanere fuori dallo schema pubblicitario e invece è pucciata dentro, invischiata e non vedo vie di fuga se non nella resistenza e nel rispetto dei propri ideali. Non mi interessa se oggi quasi nessuno ne ha o preferisce sbeffeggiare tutto quanto c’è già stato, problema suo. Io arrivo da un altro mondo e ne vado fiero.

Parlami di ” acini” del tuo ultimo album

Acini è un disco che parla di amore, amore ritrovato, amore conosciuto, amore inventato, amore difficile e contrastato, perdono e rivincita. E’ un disco positivo negli intenti, comunicativo e aperto. Lo credevo pronto per le radio, in alcune sue tracce, ma vedo che sta ottenendo scarsi ascolti come al solito e alla domanda “come potrò gestire l’ennesimo tentativo fallito?” ho già trovato la solita risposta: “Lavorando al prossimo disco” cosa che ho già iniziato a fare. Questa è la mia vita. La vita di un artigiano
C’è un pezzo alla quale sei particolarmente legato, un pezzo che in qualche modo ti ha aperto la mente e ha lasciato uscire anche gli altri?
Direi tutti ma “Arrivederci Roma” è un grande risultato per me, inequivocabile
Alla luce della tua esperienza, cosa consigli ai ragazzi che sono intenzionati ad intraprendere una strada simile alla tua?
Fatelo. La cosa più importante è credere e avere una fede interiore, a prescindere dalla religione ovviamente e mettersi ben chiaro in testa che per tutta la vita si dovrà avere a che fare con una bilancia, difficile da gestire, tra quello che è giusto fare per noi, quindi essere, perché è sentito davvero e perché arriva dalla pancia e la quasi totale mancanza di ritorni dall’esterno. Inutile dire che lo si fa per se stessi, perché allora basterebbe cantare in camera contro o a favore del muro. Inutile pensare che se non ti ascoltano è perché non vale abbastanza quello che fai ma neanche che tutto sia dovuto. E’ un lavoro lento e doloroso, sia in fase di scrittura che di restituzione di quello che si è dato. E’ un lavoro di sacrificio. Cosa che spesso porta alla depressione ma, a tal proposito, le parole di un grande in cui sono incappato in questi giorni “L’assoluta umiltà necessaria per agire pur sapendo che non vedremo i risultati” mi suonano appropriate – A. Jodorowsky.
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