Written by 16:36 Decamerone di Hai sentito che musica • One Comment

Una mattinata a Roma

Tempo di Lettura: 5 minuti Una mattinata tra le vie di Roma con la musica di Venditti. Così continua il Decamerone di Hai sentito che musica. Pronti a leggere la nuova storia?

Roma - Piazza Campo de' Fiori. Credit by: Wikimedia

Camminare per il centro di Roma la domenica mattina è un’esperienza quasi surreale. Sopra la testa un cielo di un azzurro tale da sembrare dipinto con un tubetto di tempera, un sole ancora fioco, ma che splende e risplende sopra ogni monumento della città eterna. Si sentiva solo il rumore dei miei tacchetti che interrompeva il silenzio di una città dormiente. Perché Roma la domenica è così: sonnolenta, come una bella donna che dopo aver goduto di una serata mondana il sabato si crogiola a letto tra il pigiami di seta e le lenzuola fresche che le si poggiano sulle cosce.

Non mi capitava spesso di passeggiare per le strade del centro. Quando sei abituato a vedere la bellezza tutti i giorni ti dimentichi di quanto tu sia fortunato nell’averla a portata di mano. E ti dimentichi di viverla. Ma quel giorno avevo bisogno di ricordare dove ero. Forse perché erano mesi che mi sembrava di non saperlo più, tra un treno in partenza per Milano e un aereo che mi portava oltre i confini, mi ero dimenticata di chiedermi “ma cosa voglio davvero?”.

Una cosa che avevo imparato in questi ultimi anni però è che la vita ti viene sempre a bussare e chiedere il conto. Non lascia mai le situazioni in sospeso, non permette mai che tu viva nell’incoscienza di non sapere dove stai andando. Adesso era arrivato il mio turno. Tra notti insonni e pensieri che si sovrapponevano quella mattina capì che dovevo andare, non sapevo bene dove, ma era arrivato il momento di mettermi faccia a faccia con la mia vita e arrivare allo scontro finale. Perchè io la vedevo così: avrei vinto o avrebbe vinto lei, ma una delle due sicuramente avrebbe perito.

Ancora non sapevo che eravamo tutte e due dalla stessa parte del fiume e non avversarie su due sponde differenti. Ho sempre pensato che la vita fosse la mia avversaria e forse ancora continuo un po’ a crederlo. Dopo una serie di storie sbagliate alle spalle, amori finiti o mai iniziati, mi ritrovavo sola a cercare di capire quale fosse il mio destino. Ma la vera goccia che fece traboccare il vaso fu il rendersi conto che la vita lavorativa alla quale avevo sempre ambito non era quello che volevo. Si può immaginare il mio stupore quando davanti al computer l’ultima settimana di ottobre mi resi conto che non ne potevo davvero più. E a quel punto scoppiò una bomba. Un processo irreversibile che iniziò con il licenziamento e prosegui ogni giorno di più verso la scoperta di ciò che ero.

Fino a ritrovarmi qui, una fredda, ma soleggiata giornata di febbraio, al centro di Roma, con il Pantheon accanto che mi guardava e i bar ancora vuoti che si preparavano ad accogliere i primi turisti. Decisi di entrare.

Fuggire a Roma

Mi trovavo sola all’interno del Pantheon, mi sembrò un privilegio. Ma non ero sola. Ero lì con tutte le preoccupazioni e i pensieri che per mesi avevo accantonato. Erano li, tra le tombe di Raffaello e Vittorio Emanuele II. Si dice che Raffaello morì tra le braccia della Fornarina sua amante e pensai che infondo non era un brutto modo per lasciare questo mondo. Io che avevo sempre creduto nell’amore, io che avevo sempre creduto di sapere chi fossi mi ritrovai lì sola senza le mie convinzioni. E non sapevo il perché. Ad un tratto ogni parete di quell’antico templio sembrava avvicinarsi come per racchiudersi su di me. Colta da un brivido scappai da quel luogo, la mia Roma che mi aveva sorriso fino a poco tempo fa non la riconoscevo più. Non camminava più al mio fianco, ma riproponeva pensieri e immagini che non riuscivo più a fermare, che non volevo vedere. Che non riuscivo a sopportare. In poco tempo corsi giù per Via di Sant’Eustachio per poi ritrovarmi davanti alla Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza. In una corsa contro il tempo e contro me stessa infilai le cuffie quasi per non sentire il rumore dei pensieri che si facevano sempre più incalzanti. Nelle orecchie suonava Antonello Venditti, -stare insieme a te è stata una partita va bene hai vinto tu, ma tutto il resto è vita-. Ad un certo punto mi fermai.

Campo de’ Fiori

La domenica è l’unico giorno che a Campo de’ Fiori non c’è il mercato. Il sabato sera la piazza viene presa d’assalto dai giovani che non la abbandonano fino alle prime luci dell’alba e la domenica la piazza dorme sempre. Ma io la sentivo, quel luogo lo sentivo dentro più di ogni altro. Il cinema Farnese riproduce il set di un’epoca scomparsa, la statua di Giordano Bruno al centro della piazza mi ricordava le leggende di quando ero al liceo “non bisogna guardare negli occhi la statua di Giordano Bruno, porta zella” (zella=sfiga). Dall’altra parte della piazza il ristorante La Carbonara. Forse per questo portavo quel luogo nel cuore, mio nonno amava quel ristorante e spesso andavamo lì per celebrare il suo anniversario di matrimonio o il suo compleanno o il compleanno di mia nonna. Me lo portavo dentro da quando ero piccola, il ristorante di Andreina. Che sembrava più una casa uscita anch’essa uscita da un’epoca differente come il cinema Farnese suo dirimpettaio. Li mi fermai e un pensiero mi raggiunse: “Cosa sono diventata?”

La resa dei conti

A quel punto capì che sarebbe stato sotto quel cielo terso di Roma, davanti quel luogo così caro che sarebbe avvenuta la mia resa dei conti. Il battito accelerato che mi aveva accompagnato dal Pantheon fin lì si quietò e con un sospiro lungo e lento guardai in faccia la mia vita e le parlai. Le chiesi cosa volesse da me, cosa cercava, perché fosse così inquieta. Mi aspettavo pensieri a raffica contro di me e contro le mie scelte. Ma al contrario ad un tratto tutto si fermò. I Pensieri si dileguarono lasciando spazio ad un foglio bianco, la mia inquietudine si tramutò in coraggio, il coraggio di vedere la mia strada. Ad un tratto capì che quella che pensavo fosse la mia più grande nemica aveva sempre viaggiato al mio fianco. La vita era sempre stata dalla mia parte ed era anche grazie a lei che avevo intrapreso questo percorso difficile, ma fatto di consapevolezze. Mi venne in mente la canzone di Jovanotti Mi fido di te – La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare- lo avevo capito solo ora. Stavo cambiando la mia vita, stavo capendo finalmente dopo 26 anni chi realmente fossi. E questo mi aveva terrorizzata. Fare scelte radicali che ti portano lontano da tutto ciò che credevi fosse giusto per te fa paura, tanta paura. Ma ad un certo punto in questa incessante corsa per tentare di fuggire da noi stessi ci si deve fermare e chiedersi una cosa molto semplice “ma sto davvero vivendo la vita che vorrei?”. Ora lo sapevo, ora non avevo più paura di chiedermelo. Sarebbe cambiato tutto, quella mattina di febbraio mi resi conto che niente sarebbe stato più come prima. Ma io dovevo farlo, dovevo cambiare la mia vita percorrere la mia strada. Sbagliare, riprovare e cadere di nuovo. Lo dovevo a me, lo dovevo a ciò che ero. A quel punto sorrisi da sola ai miei ricordi, e inizia nuovamente a camminare. Lascia indietro tutte le mie certezze, non mi appartenevano più. Non sapevo cosa sarebbe successo nel futuro, ma sapevo che la vita era ora e che dovevo viverla come volevo per me. Mi incamminai verso casa. Il Sole su Roma era alto e io mi ritrovai a sorridere.

Roma - Percorso dal Pantheon a Piazza Campo de' FIori

Roma – Percorso dal Pantheon a Piazza Campo de’ FIori

 

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Ultima modifica: 10 Marzo 2020
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