Written by 13:53 Chiacchiere cantautorali

Viaggio nel mondo di Pianista Indie

Scritto da Federica Giuliani

Ci sono artisti che amiamo particolarmente. Pianista Indie è uno di questi. Il pianoforte è la sua chiave di lettura, ascoltarlo in cuffia significa essere trasportati nel suo mondo fatto di suoni, di immagini e di verità.

Non aggiungiamo altro, non ce n’è bisogno. Pianista Indie realizzerà il suo dipinto attraverso le  parole in questa intervista. E sarà pieno di bellezza.

Tre singoli dall’estate 2018. Qual è il filo che lega Urologia, Zara e Fabio?

Il pianoforte, sicuramente lui. Mi ero trasferito circa un anno prima in una nuova casa e non avevo il pianoforte; praticamente sentivo mancarmi un organo del corpo. Non sapevo dove mettere le mani e c’è sempre bisogno di un posto dove mettere le mani, soprattutto in una casa nuova. Avevo iniziato a mangiarmi le unghie per ammazzare il tempo, stavo impazzendo. Poi il pianoforte è arrivato a Giugno del 2018 e il giorno stesso ho scritto Urologia. Scriverla è stato come riscoprire una parte di me, mi sono sentito rinascere, ho smesso di mangiarmi le unghie e ho continuato a scrivere canzoni. Questo pianoforte mi ha salvato la vita.

Urologia è un brano di 1:39, insolito per gli standard “radiofonici”. Non c’è ritornello. L’intensità del pezzo arriva dritta all’ascoltatore. Come è nata la canzone?

I tipi del negozio dove avevo acquistato il pianoforte erano appena andati via, era mattina presto, erano venuti prestissimo a consegnarmi il pianoforte. Le finestre erano ancora quasi tutte chiuse ed io ero in pigiama. Stava per iniziare il fine settimana e la sera prima mi era capitato, accidentalmente, di vedere Belen ballare un tango con Diego Armando Maradona. Ero solo. La luce del sole penetrava vagamente dalle tapparelle abbassate. Mi sono seduto al mio pianoforte ed ho scritto Urologia.

Le cicale che sentite in sottofondo sono vere.

Urologia è un pezzo che vorresti continuasse. E invece finisce semplicemente così come semplicemente è iniziato. Come mai questa scelta stilistica?

Non lo so, non riesco a rispondere a questa domanda. Avrei potuto continuarla ma non l’ho fatto, non c’è un motivo per tutto e probabilmente se avessi deciso di scrivere ancora, Urologia avrebbe incuriosito di meno o magari l’intensità si sarebbe persa per strada, questo non lo so. So solo che volevo finisse lì, mi aveva emozionato e tutto quello che volevo dire lo avevo già detto. Sai ero un po’ stufo delle logiche istituzionali di tipo radiofonico ed il web ci permette davvero di superare alcune vecchie regole.

In Zara si percepisce una melodia malinconica così come lo è il testo. Musica e parole sono nate contestualmente?

Si, sono nate contemporaneamente, anche in questo caso di getto. Poi magari ho ritoccato qualcosa, ora non ricordo bene ma il 90% del testo è nato di sicuro insieme alla musica. Ho appuntato tutto sul telefonino, testo e musica. È vero c’è della malinconia, eppure sto vivendo uno dei periodi meno malinconici della mia vita. Quando sarò davvero malinconico probabilmente scriverò una canzone allegra. Del resto lo dico anche in Urologia che la tristezza mi da gioia e la felicità mi annoia.

Zara è un brano che parla per immagini, si costruiscono durante tutto il brano. Avevi in mente da subito la storia che volevi raccontare?

Credo di si. Le immagini mi sono servite, le ho utilizzate come bozze di colori, lo faccio spesso, è bello scrivere per immagini, è come cucinare per sapori o fare l’amore con le parole. Non sei costretto a raccontare una storia in modo istituzionale, puoi fare in modo che la storia si costruisca da sola per immagini nella mente degli ascoltatori. Ognuno la sua storia. Diversa. Unica. In fondo credo sia questo il bello della musica.

Il suono delle cicale e l’abbaiare del cane danno l’idea di un racconto che si sta facendo da un luogo privato, intimo, come può essere una casa al mare o in campagna. Era questa l’idea che volevi trapelasse?

Non si tratta dell’idea che volevo trapelasse. È la realtà. Come dicevo prima, si tratta proprio di suoni reali che ho deciso di inserire. Sai oggi fare un disco perfetto, bellissimo, patinato, che suona benissimo è così facile e poco costoso che sinceramente lo trovo noioso. Quindi ho preferito fare qualcosa che rispecchiasse in toto il momento in cui erano nate e stavo registrando le canzoni. Di certo imperfette, perché la vita è imperfetta e noi siamo imperfetti, quindi anche la musica imperfetta mi piace di più. Mi piacciono anche gli errori, li trovo umani.

Perché hai deciso di intitolarla Zara?

Non lo so. Non me lo sono mai chiesto ed ora che me lo chiedi non so perché. Però è un bel titolo, non credi? Poi quella Z mi riporta all’ultima lettera dell’alfabeto ed io adoro gli ultimi. Poi è femminile e poi è di 4 lettere. Il numero 4 rappresenta la casa. Ed in casa nascono le mie canzoni, tra 4 mura.

Chi è Fabio?

Semplicemente un nome. Poco usato nelle canzoni di altri. Poi quella F suona così bene. Immagina se la chiamavo Glauco oppure Claudio oppure Flavio. Non ci siamo. Fabio è perfetto.

Si parla di amore anche in Fabio, amore non finito bene. È davvero l’Amore l’argomento che ispira di più nella scrittura di un brano?

Fabio parla del Disagio. L’amore è una condizione così semplice o complessa, che spiegarlo diventa di per se complesso o semplicissimo. Quindi si parla di amore anche quando di amore non si parla. È un concetto complesso da spiegare a parole in una intervista ma il messaggio è che tutto è amore. Anche l’odio. Nella musica credo che non si finirà mai di scrivere d’amore, perché l’amore muove ogni cosa e finire di scrivere d’amore vorrebbe dire finire di scrivere canzoni.

Anche in Fabio ci sono le cicale, vale lo stesso discorso fatto per il brano Zara?

Assolutamente si ma quelle di Fabio sono finte perché l’ho registrata a Dicembre e a Dicembre le cicale non ci sono. Se vogliamo essere più corretti credo siano dei grilli ma il discorso vale uguale, perché anche i grilli a Dicembre non ci sono. Avrei potuto metterci il suono delle Renne di Babbo Natale ma ho preferito fare quest’altra scelta. Sai vicino casa mia ci sono le renne di Babbo Natale, avrei potuto usare i suoni originali. Mi riprometto di farlo per il prossimo Natale.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi pezzi?

Non lo so. O forse si, lo so. Io credo che tutto quello che un compositore scrive sia in qualche modo autobiografico, è impossibile fare altrimenti, almeno per me è così. Ma questo non vuol dire che quello che scrivo l’ho esattamente vissuto nello stesso modo in cui l’ho scritto, ciò che conta è l’emozione. Ecco, l’emozione è autobiografica, la storia, il racconto, non lo so. Magari si tratta di cose vissute 10 anni fa, oppure che dovrò vivere, oppure cose che ho vissuto in una vita passata, non saprei bene dirti, ma di sicuro è tutto assolutamente autobiografico. O forse no.

 

 

 

 

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