Con il loro nuovo singolo, The Best Thing You Can Feel, la Statale66 torna sulle scene dopo il loro ultimo album.

Impossibile descriverli, possiamo solo lasciarvi alle nostre “chiacchiere” per conoscere e godervi fino all’ultimo una band assolutamente unica nel panorama musicale italiano.

Come è nato il progetto della Statale 66?

Sicuramente da me e mia sorella Giulia che è la batterista. Siamo cresciuti in una casa con amanti di musica rock. Ci siamo appassionati presto alla musica. Poi piano piano abbiamo iniziato a suonare noi, siamo riusciti ad andare oltre e far diventare questa passione il nostro lavoro.

Quanto è complicato portare la propria musica e riuscire a farla diventare un lavoro?

Sono più di 15 anni che suoniamo, 10 anni con la formazione Statale 66. Io ho proprio scritto una canzone su questo tema che si chiama Don’t Worry if You’re Too Young dove parlo della difficoltà di far diventare la musica un proprio lavoro. Più che altro negli anni abbiamo capito quanto la cosa più complicata fosse farlo accettare dalla famiglia, dalla società che vede la musica come un Hobby. Ma se uno lo prende seriamente equivale ad un qualsiasi altro mestiere.

Anche perché lo studio che c’è dietro un musicista è equivalente ad una qualsiasi laurea.

Si, forse anche di più. Per fare il musicista non serve solo la tecnica, ma devi metterci del tuo. Serve che tu sia aperto, per questo è difficile la creatività poiché talvolta si vogliono mantenere delle debolezze per se stessi. Un mestiere del genere ti costringe a tirarle un po’ fuori e quindi di metterti a nudo. Questa è la difficoltà.

Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi vorrebbe intraprendere questo mestiere?

Io ti direi di crederci fin da subito. Ho iniziato a scrivere da quando avevo 14 anni, ma ho cominciato più tardi a realizzare che sarebbe potuto essere un vero e proprio mestiere. Ho fatto l’università, poi ho lasciato poiché la mia vocazione era la musica. Non bisogna perdere tempo.

Voi vi rifate molto alla cultura della musica Americana/Britannica?

Si noi ci rifacciamo molto alla musica Americana anni 50-60 che in realtà era molto anche italo-americana. Quella inglese invece per i gruppi rock e soprattutto per la produzione. Comunque a me piace pensare che la nostra musica sia molto contaminata. C’è la musica melodica italiana con cui comunque siamo venuti a contatto, la musica che ci piace come il rock appunto e anche elettronica tedesca. Insomma davvero di tutto, anche perchè in un’epoca come la nostra in cui tutto arriva facilmente, le influenze sono davvero tantissime.

Dal vostro ultimo inedito è uscito un videoclip che è praticamente un cortometraggio. Spesso succede che ambiti artistici differenti si fondono insieme.

Si, noi siamo appassionati di cinema infatti siamo il gruppo residente del programma StraCult. Io avrei voluto fare il regista ancor prima che il musicista, o forse entrambi! Il regista del videoclip di The Best Thing You Can Feel, Riccardo Fabrizi, è a sua volta appassionato di musica, suona la chitarra. Ovviamente ci siamo trovati benissimo a lavorare con lui ed è uscito un lavoro pazzesco. Abbiamo lavorato anche con Vincenzo Carpineta che è un gigante direttore della fotografia del cinema italiano e internazionale. Riccardo è riuscito a fare un video molto emotivo anche se infondo siamo solo noi che suoniamo. Una storia però può essere fatta anche solo di immagini, così i chiaro-scuri, i personaggi che entrano nella scena sono in simbiosi con quello che poi è il testo della canzone, la ricerca della creatività.

L’idea del video è nata da voi?

No, è nata tutta da Riccardo Fabrizi. Lui si è incontrato con la mia compagna che ha scritto le parole e Riccardo ha partorito questa idea.

Progetti futuri?

Stiamo realizzando un Ep, con pezzi che hanno toni anche più cupi, ma diciamo che ben si sposano con il periodo. Ci sarà anche un arrangiamento nuovo dell’ultimo pezzo con un quartetto di archi.

Tutte le info sulla Statale66 sono disponibili sul loro sito: http://www.statale66.i

Statale66-The Best Thing You Can Feel

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