Stephan Micus Esplora il Mare: Tracce nella Sabbia

Stephan Micus trae ispirazione dal suo rapporto con il mare per Traces in the Sand, il suo 27° album in solitaria per ECM. Presentando una dozzina di strumenti raccolti in tutto il mondo, l’album riflette i sentimenti suscitati dai cambiamenti degli stati dell’oceano. Nato in Baviera e residente a Mallorca da oltre 30 anni, Micus nuota quasi ogni giorno dell’anno, trovando un contrappeso alla concentrazione sostenuta che richiedono le sue composizioni.

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«Concentrarsi completamente su una composizione restringe necessariamente la percezione», dice Micus. «Quindi, quando vado al mare e vedo questa immensa distesa d’acqua e un grande orizzonte, è come una medicina straordinaria. Gli spazi aperti mi hanno sempre affascinato, e cerco di integrarli nella mia musica. In questo contesto, il mare è stato un insegnante inestimabile».

Il disco si apre con hang e kalimba africane a sostenere melodie eseguite su shakuhachi giapponese e duduk armeno. Dialoghi tra gli strumenti ricorrono lungo tutto il disco, con linee melodiche separate che alla fine convergono. In «Dancing Cranes», Micus sovrappone un flauto di canna indiano in due ottave su un accompagnamento di kalimba mozambicana. Le parti del flauto si alternano prima di unirsi. Altrove, «The Pearl Diver and the Mermaid» abbina duduk e sapeh, un liuto a cinque corde proveniente dal Borneo intagliato da un unico pezzo di legno.

Micus usa kalimbas raccolte in Etiopia, Tanzania, Mozambico e Botswana. Questi strumenti appartengono alla famiglia lamellofoni, producendo suono tramite linguette metalliche fissate a un risonatore. Sulle tracce correlate «Another Day at Sea» e «Brother Dolphin», la kalimba è accompagnata dalla batteria irlandese bodhrán e dal genbri marocchino pizzicato. «For Layla and Majnun», intitolata agli amanti della leggenda mediorientale, riunisce la sapeh pizzicata e la dilruba archetto. A seguire un pezzo solista di duduk.

«Light on Water» introduce lo sho giapponese, un organetto a bocca ad ancia libera con 17 tubi, in un arrangiamento che combina tre sho, tre dilruba arcuati e due duduk. Il pezzo di chiusura, «Far Horizon», torna a alternarsi tra assoli di sapeh e duduk. Attraverso queste combinazioni, Micus prosegue un interesse per il mondo naturale che lo ha già spinto verso deserti, foreste e tuoni, avvicinando il mare non tramite una descrizione musicale letterale, ma attraverso le risposte che evoca.

Ascolta Traces in the Sand qui.

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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