Recensione di Baby al Brixton House

Il potente dramma interpretato da un’unica attrice di Gurpreet Kaur Bhatti esplora la maternità e le realtà affrontate dalle donne che cercano di ricostruire la propria vita dopo la detenzione. Co-prodotto da Clean Break, la compagnia teatrale i cui lavori hanno come fulcro le donne colpite dal sistema giudiziario, lo spettacolo sottolinea la lotta costante contro un’infrastruttura disuguale che può portare a un ciclo infinito di difficoltà ed esclusione.

Pearl Mackie interpreta Baby, una donna i cui tentativi di rimettersi in piedi vengono costantemente minati dai sistemi che la circondano. Dopo essere stata condannata per un reato e aver trascorso del tempo in carcere, dà alla luce una figlia, Bliss. La figlia di Baby diventa un barlume di speranza e una fonte di motivazione per costruire un futuro migliore per entrambe.

Diretto da Milli Bhatia, lo spettacolo si racconta attraverso una narrazione diretta, con Mackie che passa tra la prima e la terza persona. La pièce esplora le esperienze di Baby di traumi infantili, abusi e le sfide di un sistema di giustizia penale spietato.

Fin dall’infanzia, Baby si è trovata di fronte a esperienze strazianti. L’abuso di sostanze da parte della madre la lasciava vulnerabile, mentre una relazione con un uomo più anziano diventava controllante e abusiva. Queste difficoltà, purtroppo, continuano anche dopo il suo rilascio dalla prigione. Mentre Baby cerca di assicurarsi un alloggio, di trovare lavoro e di adattarsi a una catena di ufficiali di sorveglianza sempre più infinita, si ritrova di fronte a una società che sembra più interessata a “gestire” le vite piuttosto che a trasformarle. Per loro è semplicemente un numero in un fascicolo.

Pearl Mackie in Baby, © Helen Murray

La maternità è al centro della storia; ogni ostacolo mette a rischio la possibilità di Baby di avere la custodia della figlia. La sceneggiatura di Bhatti solleva una domanda importante: come è possibile ricostruire la vita quando le strutture pensate per sostenerci sembrano determinate a tenerci intrappolati?

Mentre i temi sono potenti, l’esecuzione può risultare meno efficace. Pareci esserci una distanza tra le esperienze di Baby e il coinvolgimento emotivo che lo spettacolo riesce a provocare. Baby sopporta tanto – dall’abbandono e dall’abuso nell’infanzia fino all’incarico del carcere e alle difficoltà costanti nel migliorare le proprie condizioni. Il testo raramente si sofferma a esaminare in che modo queste esperienze l’hanno plasmata. Ad esempio, la relazione con la madre avrebbe potuto offrire una buona chiave di lettura su come abbia influenzato le scelte di Baby e la sua comprensione della maternità. Lo spettacolo sembrava muoversi rapidamente da una situazione difficile all’altra.

Mackie offre una performance avvincente. Possiede una strumentazione espressiva notevole e un’energia scenica imponente. Si muove con credibilità tra i vari personaggi della storia, sostenuta da un design sonoro di Elena Peña, sottile ma efficace, che trasporta rapidamente il pubblico da una location all’altra. Il progetto scenico di Khadijah Raza, con tonalità giallo pastello, fornisce un contrasto interessante rispetto ai temi più cupi della storia. Spesso associamo il giallo alla felicità o alla speranza, e questa ottimismo si riflette mentre Baby resta fiduciosa nonostante il numero ossessivo di ostacoli.

In definitiva, Baby solleva domande importanti sul reinserimento, sulla genitorialità e sulle barriere che le donne incontrano all’interno del sistema di giustizia penale. È una produzione che stimola la riflessione e rappresenta un forte esempio dell’impegno di Clean Break nell’usare il teatro per mettere in discussione gli stereotipi e invitare il pubblico a riflettere sull’esperienza di disuguaglianza vissuta dalle donne.

Pearl Mackie in Baby
Pearl Mackie in Baby, © Helen Murray

La maternità è al centro della storia; ogni contrattempo mette a repentaglio la possibilità di Baby di ottenere la custodia della figlia. Bhatti invita a riflettere su come le strutture di supporto possano, paradossalmente, rivelarsi ostacoli se non pensate per includere e trasformare davvero le vite delle persone.

In conclusione, questa pièce invita il pubblico a confrontarsi con la realtà delle donne che escono dal carcere e cercano di ricostruire una normalità. È uno spettacolo che spinge a interrogarsi sui limiti e sulle possibilità del sistema, offrendo una voce potente a chi, spesso, rimane invisibile nel racconto pubblico della giustizia e dell’uguaglianza.

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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