Nel Bosco si trasferisce al West End: recensione

The cast of Into the Woods, © Johan Persson

A show inevitably transforms when it transfers from the expansive, sprawling canvas of a venue like the Bridge Theatre into the proscenium frame of a West End space like the Noël Coward Theatre.

Nel caso della produzione di Jordan Fein di Into the Woods, l’opera di Stephen Sondheim e James Lapine, questo spostamento di sede sembra particolarmente lussuoso, immediato e intimo, mentre si ripercorre il percorso familiare di una serie di fiabe, ciascuna rivisitata con una svolta che si allontana in modo esuberante dalla narrazione ufficiale.

Il designer Tom Scutt non lesina sul verde: tronchi giganteschi e rami intrecciati invadono nuovamente il palcoscenico, creando una foresta quasi impenetrabile e opprimente. Eppure i boschi continuano a offrire, in modo del tutto naturale, una metafora per le dure realtà della vita, e Fein sfrutta questa transizione con chiarezza man mano che lo spettacolo si avvicina al secondo atto, più essenziale e scarno: mettendo in luce la complessità morale e l’atmosfera torbida di messaggi ibridi che Sondheim e Lapine amano costruire con meticolosità.

Fein comprende acutamente l’arco psicologico della narrazione. La vita stessa, inizialmente definita da sicurezza concreta e oggettività rigida, diventa un mondo astratto con il passare del tempo. Quando arriva il secondo atto, qualsiasi senso di struttura rigida si dissolve, lasciando soltanto l’avvertimento, o forse la rassicurazione, che i bambini ascolteranno.

Questo peso tematico poggia molto sull’ensemble, e i membri del cast che tornano dalla tournée al Bridge del 2025 regalano interpretazioni che si sono ulteriormente accresciute. Little Red Riding Hood interpretata da Gracie McGonigal resta magneticamente divertente, ma ora possiede una risonanza emotiva notevolmente più profonda in pezzi come «You Are Not Alone». Le fanno compagnia inserimenti freschi che si inseriscono perfettamente nell’insieme scenico. John Dagleish e Laura Pitt-Pulford formano una coppia di registri molto divertente nel ruolo del Fornaio e di sua Moglie, che corrono letteralmente e figurativamente lungo il palcoscenico durante il frenetico primo atto. Accanto a loro, la Cenerentola di Simbi Akande è impeccabile, e l’originale e stravagante Jack di Keith Ramsay completa un gruppo colorato e coinvolgente al cuore del viaggio.

Tra i momenti giocosi, è questa la seconda produzione musicale premiata consecutivamente in cui Dagleish prende il posto di Jamie Parker quando uno spettacolo si trasferisce nel West End, dopo The Curious Case of Benjamin Button?

Alle loro spalle, i due principi, interpretati da Matthew Seadon-Young e Lucas Koch, sono concepiti come veri divoratori di scena: le loro esecuzioni di «Agony» fanno impennare l’energia del pubblico, con Seadon-Young che doppia anche come il Lupo, vocale tra i più evidenti in «Hello, Little Girl».

Tuttavia, la vera cometà centrale arriva ancora una volta dalla Strega interpretata da Kate Fleetwood. Fleetwood appare più agile, più giocosa e, in definitiva, più vera rispetto alla versione del Bridge. È un caso classico in cui un critico può tornare a una performance mesi dopo la prima serata stampa. Ci presenta una donna che ha fissato dritto nel baratro dell’orrore del mondo e ha trovato un pozzo profondo di cinismo da cui dissetarsi. La sua resa di «Last Midnight» si svolge, svelando un’aggressività stanca, arrabbiata e quasi violenta, segnalandola come una delle migliori esecuzioni singole attualmente in scena nel West End.

L’accentuata intimità dell’auditorium del West End permette ai dettagli fini del progetto di Scutt di emergere, come il modo in cui gli abiti di Cenerentola crescono e si espandono con ogni mezzanotte successiva, man mano che il desiderio si ingigantisce. Questa attenzione visiva è accompagnata dal lavoro di design tecnico di illuminazione di Aideen Malone, dal design sonoro di Adam Fisher e dal design video di Roland Horvath. Il sound design di Fisher sfrutta a pieno lo spazio rinnovato, facendo vibrare i posti in galleria con un subwoofer, molto oltre ciò che era possibile al Bridge. Abbinati alle proiezioni video di Horvath, l’arrivo della gigantesca figura diventa un momento di autentico stupore, che scuote il teatro fino al midollo. Una produzione che non ha perso alcuna della sua magia.

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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