Adattare Lanny di Max Porter è sempre sembrato una prospettiva rischiosa. La reputazione del romanzo non si fonda sulla trama, sui personaggi o persino sul tema, ma sulla voce. È un libro composto da frammenti, sussurri e interruzioni, un lavoro che dissolve il confine tra gli abitanti di un villaggio e il luogo stesso. Le conversazioni si fondono nel folklore, la memoria si mescola al pettegolezzo e la lingua diventa meno uno strumento per raccontare una storia che un paesaggio da attraversare. È uno di quei romanzi rari in cui l’esperienza di leggerlo conta quanto gli eventi che contiene.
Quella sfida incombe fin dall’inizio sull’adattamento di Bea Roberts. Le tracce del successo di Porter restano here. Le proiezioni di Christopher Harrisson spargono testo lungo la parete di fondo come pensieri che fuoriescono da una coscienza collettiva, mentre suono, musica e voci che si sovrappongono suggeriscono talvolta la strana polifonia che rese il romanzo così distintivo. Eppure questi elementi spesso sembrano decorativi piuttosto che fondanti. Incorniciano l’azione invece di definirla. Quello che un tempo era il cuore pulsante del romanzo diventa un motivo che ricorre periodicamente per ricordarci cosa sia stato perduto.
La conseguenza è che la produzione teatrale pone un’enfasi ben maggiore sulla narrazione rispetto a quanto facesse il libro. Purtroppo, privata di gran parte della sua invenzione linguistica, la storia appare sorprendentemente esile. Nel corso di due ore e mezza, ci sono lunghi tratti in cui la serata vaga invece di svilupparsi, tornando attorno allo stesso territorio emotivo senza scoprire molto di nuovo. Sulla pagina questo manca di importanza perché il piacere nasce dall’immersione nella lingua di Porter. A teatro, tuttavia, quella mancanza lascia uno spazio che il dramma fatica a colmare.
Dove la pièce si anima davvero è nel suo rapporto con il folklore. Qui, finalmente, qualcosa di realmente teatrale inizia a emergere. La musica di Dom Coyote si rivela preziosa, creando momenti che appaiono sia profondamente radicati sia leggermente inquietanti, come se qualcosa di antico si muovesse sotto la superficie della vita di villaggio contemporanea. Le canzoni portano una carica emotiva e atmosferica che gran parte del testo parlato non possiede, e per brevi periodi la produzione raggiunge la sensazione di straniamento che l’adattamento sembra cercare.
La regia di Nancy Medina è, come sempre, riflessiva e sicura. Non c’è un attimo di pausa nell’allestimento, né una scelta di design che sembri poco meditata. La scenografia di Rebecca Jane Wood offre una cornice elegante e l’intera produzione si muove con la sicurezza di chi sa esattamente che spettacolo sta cercando di realizzare. Eppure è anche qui che iniziano le mie riserve. Lanny è un romanzo che prospera nel disordine, nelle contraddizioni e nell’ambiguità. La produzione di Medina sembra spesso determinata a organizzare quelle spinte in qualcosa di più chiaro e coerente.
Si chiede se questo materiale non sarebbe stato meglio servito da un approccio pronto a spingersi più a fondo nella sua stranezza. Non perché l’attuale allestimento manchi di immaginazione, ma perché spesso sembra restio a cedere completamente alla logica peculiare del romanzo. Ancora e ancora, quando le cose rischiano di diventare davvero strane, la produzione si riporta verso qualcosa di più recognoscibile.

Il cast, nel frattempo, è uniformemente forte e spesso è la ragione per cui la serata resta coinvolgente anche quando l’adattamento inizia a perdere slancio. Hanora Kamen – veterana della Wardrobe Ensemble – prosegue la sua progressione verso ruoli da protagonista con una performance magnificamente osservata. C’è una quieta incertezza nel suo lavoro, la sensazione di qualcuno che cerca disperatamente di dare senso a un mondo che rifiuta sempre di comportarsi secondo regole familiari. Kamen ha sempre posseduto una notevole capacità di ancorare materiale elevato in una verità emotiva, e quel istinto le serve tutto il tempo.
Raj Bajaj conferisce al padre una solidità contenuta, mentre Richard Cant regala la performance più toccante della serata nel ruolo di Pete, un artista la cui posizione ai margini della vita del villaggio gli permette di vedere le cose in modo diverso da chi lo circonda. Cant cattura sia la generosità sia la vulnerabilità del personaggio, assicurando che rimanga profondamente umano anziché semplicemente simbolico.
Amanda Lawrence ancora una volta dimostra una capacità quasi sovrannaturale di rendere ogni battuta che pronuncia più interessante. A questo punto, la guarderei volentieri leggere l’elenco telefonico. Sia che interpreti Peggy o una delle molte eccentriche creature del villaggio, fornisce costantemente alla produzione lampi di invenzione e umorismo. Rose Wardlaw è altrettanto impressionante in una galleria di camei acuti, dando vita a personalità distinte e memorabili da ciò che avrebbe potuto trasformarsi in caricature.
La vera scoperta, però, è Lucian Thomas. Debuttando come attore professionista, offre una performance notevole nel ruolo principale, possedendo quella rara qualità di apparire completamente naturale pur sembrando toccato da qualcosa di più misterioso. Accende la scena ogni volta che compare e porta con sé una sensazione di possibilità che la produzione stessa talvolta fatica a sostenere. È un debutto decisamente promettente.
Questo lascia Lanny come una serata frustrante, perché quasi ogni ingrediente funziona. Il cast è eccellente, la regia è compiuta, la musica è spesso incantatrice e il team di design consegna un lavoro di reale qualità. Come produzione di punta del Bristol Old Vic per celebrare il suo 260º anniversario, c’è molto qui da ammirare.
Eppure l’adattamento non è semplicemente una questione di trasferire una storia da un mezzo all’altro. È la ricerca di un equivalente teatrale a ciò che ha reso speciale l’originale fin dall’inizio. Il romanzo di Porter sembrava vivo di voci, ritmi e immagini che sembravano emergere dal paesaggio stesso. Questa produzione a volte accenna a quel risultato ma non lo cattura davvero. La storia sopravvive al viaggio verso il palco. L’incantesimo no.