Sono trascorsi oltre 30 anni (o 30 volte 525.600 minuti) da quando il musical premiato con il Tony Award Rent ha debuttato Off-Broadway. Ed è trascorso lo stesso intervallo di tempo dalla morte del suo compositore e creatore, Jonathan Larsen.
La sua morte tragica, avvenuta a seguito di una condizione cardiaca non diagnosticata ma trattabile, alla vigilia della prima prova del suo unico spettacolo che, in seguito, avrebbe debuttato a Broadway, ha fatto sì che il musical diventasse sempre più avvolto dalla storia del suo genio perduto, dalla sensazione di promessa non realizzata.
Una delle conquiste della rinascita vigorosa e stimolante diretta da Luke Sheppard è separare i miti dalla realtà. Qualunque cosa Larsen possa o non possa aver fatto, questo è un musical avvincente, perfettamente nel suo tempo e ancora rilevante oggi.
La sua celebrazione dell’arte, della vita, della Bohème è direttamente tratta da La Bohème di Puccini, su cui è liberamente basato. Ma la trasmutazione delle vite del gruppo di amici in difficoltà, musicisti e pittori, in una banda di creativi degli anni ’90, registi, musicisti e artisti delle performance, che vivono non solo in una New York decadente ma anche all’ombra della crisi dell’AIDS che sta rubando vite e costringendo i suoi portatori sulla strada, è una mossa magistrale di reinvenzione.
Anche se l’AIDS stesso è ora una malattia trattabile, quel senso di giovani senza speranza, trovare amore e conforto vivendo “no day but today” risuona ancora fortemente. Così anche l’idea della loro lotta per farsi ascoltare tra le pressioni dello sviluppo aziendale, dei prezzi crescenti e l’invasione della realtà virtuale.
Questa produzione è nata da una pandemia diversa, quando fu messa in scena per la prima volta al Hope Mill Theatre durante Covid. La messa in scena in cerchio è stata conservata per questa versione più ampia e vistosa del West End e aiuta a dare grande spirito ed energia a un pezzo che è ampio e episodico ma sempre coinvolgente.
Sotto la bacchetta di Katy Richardson, la band dal vivo, estremamente rumorosa, è seduta in alto su una balconata sul set industriale stilizzato di David Woodhead, con grandi muri di finestre e candele su mensole che suggeriscono ambienti occupati e edifici fatiscenti. Schermi disposti a caso alludono al fatto che Mark, il regista al centro del gruppo, stia registrando l’azione.
È interpretato con una miscela vincente di arguzia e intensità da Gaten Matarazzo (famoso per Stranger Things), ma l’intero cast, evocativamente vestito da Gabriella Slade in abiti che richiamano perfettamente l’estetica logora del grunge degli anni ’90, è impressionante: cantanti dalla voce potente e attori capaci di trasformare questo gruppo eterogeneo di tipi in individui di cui ci si mette a cuore.
Lo spettacolo inizia con i protagonisti seduti in cerchio attorno a un carosello, mentre un pubblico-on-stage li circonda a turno. La coreografia inventiva e potente di Tom Jackson Greaves sfrutta spesso le sedie, tenendo i personaggi seduti mentre le loro braccia o le gambe pulsano al ritmo della musica. Quando l’azione si allarga nello spazio, egli scolpisce tableau meravigliosamente illuminati da Howard Hudson per evidenziare momenti specifici.
La regia di Sheppard è anche abile nel ritmo, permettendo che grandi scene – la performance “artistica” di Maureen per chiedere un alloggio dignitoso per i senzatetto, l’incontro al Life Café – si sviluppino con stile, mantenendo al contempo l’attenzione sulle storie individuali che vengono raccontate. Gli attori sono tutti straordinari. Travis Ross suggerisce costantemente la figura che Roger sarebbe potuto diventare, se la malattia non avesse distrutto le sue prospettive; Alexa Lopez è Mimi magnificamente agonizzata, mentre Lazy Violet propone la giusta dose di eccentricità per Maureen.
Billy Nevers lascia un impatto enorme nel ruolo di Collins, dalla voce calda e affabile, mentre Jeevan Braich è semplicemente superbo nel ruolo di Angel, la personalità più tragica eppure la più ispiratrice di Rent.
In definitiva, questa è una rivisitazione estremamente godibile di un musical che resiste al tempo, anche se evoca storie del passato.