Di formazione architetto, ma negli anni settanta e ottanta Alfonso Albacete divenne uno dei principali interpreti delle innovazioni introdotte nella pittura spagnola, tracciando un percorso che, in linea di massima, richiama quello seguito da Pérez Villalta, anch’egli della sua stessa generazione.
Uno dei suoi pezzi emblematici tra i primi è Nello studio (1979), oggi nelle collezioni della Fondazione Juan March, in cui l’autore fonde figurazione e astrazione affrontando un motivo unico, quello della sua bottega, la quale a sua volta ingloba altri tre linguaggi pittorici: la figura, la natura morta e gli interni. Da quel momento e fino ad oggi, l’autore di Antequera ha sviluppato e approfondito quell’esperienza, inventando modalità diverse dell’atto concreto del dipingere come esercizio propiziatorio delle idee.
Ha appena aperto i battenti la sua prima mostra alla Galleria Fernández-Braso di Madrid, intitolata “Field Painting”, e si compone di trenta opere recentissime, realizzate negli ultimi due anni, in cui l’artista convoca, attorno al patio di una fattoria legata alla sua biografia e ai suoi ricordi, alcuni dei suoi riferimenti passati e recenti, da Beato Angelico e Bruegel a Pollock e De Kooning, passando per Sorolla, Miró o José Guerrero.
A volte le allusioni a queste figure sono molto evidenti e altre volte meno, e saranno immerse in una luce chiara, levantina, o molto più soffusa rispetto ai chiaroscuri del barocco andaluso che ti è noto. Queste luci diverse sono proiettate su motivi ricorrenti nella sua carriera che riunisce nel tempo: spazi che compongono installazioni o giochi di specchi, porte e finestre, lo studio come luogo dove tutto può nascere e il tempo scorre impassibile.
Questa mostra fa parte Porta al fiume, la prima composizione in cui Albacete ha deciso di includere la riproduzione dell’opera di un altro autore, De Kooning e del brano omonimo, in modo così naturale e organico da funzionare a malapena come citazione: l’artista parla più di un ritratto di famiglia. Allo stesso modo, dentro Dato porta nel suo campo i toni offerti dallo spioncino dell’Étant Donnés di Duchamp.
La serie Barocco andaluso nel frattempo è nata pensando a Nacho Criado, che come lui ha tratto molto dall’osservazione della pittura barocca, dei suoi trompe l’oeil e degli smalti. Il passaggio attraverso questa regione risulta a volte più evidente, a volte meno, e il titolo stesso di Impostazioni nelle composizioni risponde a quello usato da Criado. Questo gruppo è stato già presentato all’ultima edizione di ARCOmadrid.
Uno dei pezzi della mostra in cui è più evidente la formazione architettonica di Albacete è Posto, quel patio della fattoria di cui abbiamo iniziato a parlare, tra le cui porte può succedere di tutto nel dipinto di Málaga. Sebbene sia giunto a questo tema, quello delle porte, dapprima per la sua natura simbolica (con echi barocchi), è progressivamente servito ad aggiungere riferimenti alla sua produzione, come abbiamo visto in Porta al fiume; in questa direzione, dentro Sbarra ci presenta una traversa rialzata con sgocciolature in cui l’astrazione inizia dove inizia il pavimento. Dovunque si dipinga, sembra voler dire Albacete, tutto è una avventura: il pigmento cola, viene calpestato e si diffonde oltre l’idea precedente (sempre presente).
Più di una volta (Apeos) il caso si oppone all’ordine di ciò che è costruito dalla mano umana, evocando la teoria dei frattali – la geometria che si ripete in natura – ma anche, e soprattutto, la base lineare delle creazioni con bandiere o i disegni di Jasper Johns e i grandi caratteri maiuscoli messicani o indiani di Frank Stella.


Per Albacete, la pittura non è solo un mezzo per esprimere questioni specifiche o preoccupazioni su come rappresentarle, ma anche una fonte di “ingredienti per il pensiero”. Ecco perché alcune opere articolano tempi e luci differenti e incorporano elementi mitologici, come nel complesso Ifito-Quattro acquerelli con molteplici piani e persino una raffigurazione della sezione aurea come una conchiglia nautilus che potrebbe al tempo stesso rimandare alla nuca dello spettatore. «Il dipinto va oltre l’idea che lo ha forgiato».
In due tempi, su un supporto preesistente, è realizzato Giuditta/Salomé con una tavola-natura morta che mostra la testa mozzata di Giovanni il Battista, un dipinto di viaggio e una danza in cui i sette veli si identificano con i colori primari e secondari e con il nero: assistiamo al deco della vicenda sotto forma di battaglia di luci.
e il tuo Annunciazione è anche un dipinto dentro un altro dipinto; Albacete si avvicinò al capolavoro dell’Angelico attratto dal contrasto tra natura e architettura, tra misurabile e incontrollato. Una rondine, apparentemente una semplice spettatrice, struttura l’intera coreografia, e i volti bianchi di Adamo ed Eva incarnano tutti i volti e nessuno.

Alfonso Albacete. “Pittura sul campo”
GALLERIA FERNÁNDEZ-BRASO
Calle Villanueva, 30
Madrid
Dal 16 aprile al 13 giugno 2026
