Ha avuto nel corso della sua vita una notorietà significativa, talvolta anche a livello internazionale: la sua opera è entrata nelle collezioni del MoMA e, nel 1982, il Palacio de Cristal le ha dedicato una mostra pensata come retrospettiva, molto ricordata. Tuttavia, negli ultimi anni della sua attività e soprattutto dopo la sua scomparsa nel 2011, Aurèlia Muñoz è stata parzialmente oscurata, soprattutto per le nuove generazioni. Nella diffusione della sua produzione, è emersa di recente una figura chiave: la galleria José de la Mano, che, come ha ricordato la figlia dell’artista, Silvia Ventosa, «l’ha rimessa sulla mappa» e ha lavorato per rendere fruibili al pubblico opere provenienti da collezioni private, riuscendo persino a farle accedere a fondi istituzionali.
Gli sforzi hanno dato i loro frutti: nel 2024 il Centro Grau-Garriga ha allestito una selezione della sua produzione, offrendo letture alternative legate alla crisi ecologica o alla rinascita post-digitale dell’artigianato, e ora il Museo Reina Sofía ospita, in attesa della sua visita al MACBA di Barcellona, l’antologia “Entes”, curata da Manuel Cirauqui e Rosa Lleó, con la collaborazione di Ventosa.
La ricorrenza del centenario della sua nascita ha comportato diverse sfide: l’artista ha compreso che i suoi processi creativi, così come le opere stesse, erano strumenti per generare conoscenza, e che tale conoscenza poteva nascere anche dalle sue assemblazioni, le quali richiedono soluzioni museografiche diverse da quelle adottate per opere appartenenti a generi tradizionali. Esse implicano una dimensione creativa e hanno permesso di analizzare le loro creazioni fino all’ultimo momento.
Muñoz si considerava una scultrice, ma in luce di questa mostra è possibile apprezzarla come un’artista totale, che non instaurava confini né gerarchie tra le discipline, pur riservando un profondo rispetto a tutte le tecniche. La sua propensione all’uso di materiali e metodi noti o ancestrali, e la sua volontà di creare arte contemporanea servendosi di essi, hanno alimentato nel tempo una discussione sull’originalità del suo percorso, anche per via del lavoro corale con altri artisti e creativi. Anche con i collaboratori, in particolare con donne come Josefina Salazar, regolari e indispensabili nel maneggiare i materiali, la cui gamma va dal più leggero al più pesante, dall’opaco al trasparente.
Le letture disponibili nel catalogo della mostra sono molto eterogenee e ricche di spunti (tecniche, filosofiche, ingegneristiche, ambientali); resta però centrale l’idea che le sue creazioni tridimensionali siano pezzi viventi, capaci di trasformarsi quando assemblati e, a loro volta, di modificare lo spazio circostante. Secondo le parole di Ventosa, «Escono dalla scatola come un merluzzo» (Piatto) e devi svegliarli. Una volta riattivati, diventano entità, personaggi, macrototemi o aquiloni; insomma, sono tutte astrazioni del mondo.
La mostra, articolata nel modo di coniugare cronologia e affinità formale tra i pezzi, si apre con fotografie che documentano i suoi processi e i suoi modelli: Muñoz ha collaborato con importanti fotografi, tra cui Català-Roca, per offrire subito una rassegna dei suoi primi ricami e delle sue stampe.
Inizialmente autodidatta, la barcellonese decise di dedicarsi all’arte non prima dei trent’anni, ma lo fece con una carica incontenibile di attenzione e rigore. Inizia con lo studio del ricamo, fatto sia di popolarità sia di rilevanza storica, e dell’articolazione compositiva delle tele di Miró, Magritte o Klee, condensando tali riferimenti in disegni, collage, dipinti, assemblaggi e tessuti stampati di grande effetto, soprattutto negli arazzi murali che, a differenza di quelli tradizionali, possiedono una dimensione scultorea e sono talvolta realizzati con materiali molto diversi dalla lana: dal lino al crine di cavallo. I suoi punti sono pennellate, ma gli esseri che si intravedono in queste opere, come quelli della serie dei Entità, non hanno genere né specie definiti: un chiaro omaggio a Hieronymus Bosch. Motivi analoghi emergono anche dai suoi disegni, che ha sempre coltivato come mezzo artistico, consapevole della sua abilità in quel campo.

Il macramè arriverà alla fine degli anni Sessanta; questa tecnica le permetterà di esplorare i volumi e di incidere sugli ambienti mediante i nodi. Con la sua scoltura annodate ha abbandonato il piede del muro per sospendere l’opera, senza rinunciare però alla monumentalità: realizzazioni in sisal, iuta o cotone. Tra queste spiccano le Entità, esseri collettivi e ambigui che danno il titolo alla mostra, Muñoz valorizzava su un piano di parità sia il mondo animato sia quello inanimato; oppure i loro Increspature, che richiamano le onde del mare. Il Reina Sofía offre l’opportunità di vedere come tutti questi pezzi siano frutto di una preparazione meticolosa: disegni, modelli, studi, talvolta concepiti insieme ad architetti o ingegneri.


Per la prima volta in una mostra è davvero straordinario Palma e saranno inediti al pubblico anche i loro materiali d’archivio, compresi i delicati modelli degli Nibbioni, che sono stati ricostruiti al MACBA a seguito di una approfondita ricerca sulla documentazione originale. Muñoz attribuiva grande importanza alla realizzazione dei propri processi.
Questa serie, esposta in una stanza dove i pezzi sono protagonisti, è stata concepita utilizzando tele impiegate nella costruzione di imbarcazioni e per esposizioni all’aperto, anche se oggi prevalgono ragioni di conservazione affinché ciò non avvenga. In ogni caso, sostituire i materiali non significherebbe tradire le idee: tali pezzi possono essere replicati impiegando altri rivestimenti e sistemi di fissaggio, come fili di lino o seta, pesi di piombo, balene di alluminio. La catalana ha esplorato diverse opzioni per piegare lo spazio evocando l’hobby dell’infanzia di realizzare papillon o si richiamano agli esperimenti di Da Vinci, a cui rende omaggio in un disegno.

Nella sua ricerca della leggerezza arriveranno le creazioni realizzate con carta fatta a mano, impiegando fibre di lino e cotone disperse in acqua. Molte volte adotta la forma dei libri, che la interessava sia come oggetti in sé sia come mezzo di trasmissione della conoscenza. Rendendoli leggeri, hanno assunto una connotazione aeree e, talvolta, ricordano uccelli; in altre occasioni vi tracciava segni scritti con risultati astratti o vi applicava tracce del sistema di registrazione dei quipu precolombiani.
E proprio al mare è dedicato uno dei capitoli più suggestivi della mostra: Aurèlia fu una grande nuotatrice, oltre che una vitale estimatrice della natura. Negli anni Ottanta e Novanta, con quella carta fatta a mano, concepì entità marine: immaginò che l’opera potesse essere affrontata come una tecnica dell’acqua, offrendo spazio a bagni, tinture e lavanderia. Rispetto al resto della sua eredità, i formati di queste composizioni, talvolta alghe o anemoni, risultano ridotti – possono persino sembrare frammenti – e i loro toni non potrebbero essere più seducenti.
Ancora una volta, si tratta di pezzi viventi, tanto diversi dagli altri in termini di struttura e scala quanto i membri di qualsiasi ecosistema.


“Aurèlia Muñoz.Entes”
MUSEO NAZIONALE CENTRO D’ARTE REINA SOFÍA. MNCARS
c/ Santa Isabel, 52
Madrid
Dal 29 aprile al 7 settembre 2026
