The Pianist: adattamento teatrale al Park Theatre – recensione

Daniel Krikler in The Pianist, © Rich Southgate

Il memoir epico di Wladyslaw Szpilman su sofferenza, sopravvivenza e musicalità ha ispirato il film del 2002 di Roman Polanski, premiato con Oscar e BAFTA e interpretato da Adrien Brody. Ora, grazie all’adattatore e regista Thom Southerland, The Pianist è in scena, presentato come un musical, anche se in realtà è una fusione tra un’opera teatrale in cui la musica è elemento essenziale e una versione riveduta del libro, narrata da Daniel Krikler nel ruolo di Szpilman.

Al di là delle questioni di genere, l’interpretazione di Southerland di The Pianist, avvalendosi di una raffinata compagnia di attori-musici, risulta efficace ed evocativa, anche se excide alcuni degli elementi più strazianti del testo di Szpilman e tende a raccontare più che mostrare. Szpilman, compositore e pianista, riuscì, straordinariamente, a sopravvivere a una vita in nascondiglio nella Varsavia occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre altri ebrei polacchi venivano deportati nei campi di sterminio. È notevole, persino ispirante, ma la recita di estesi passaggi narrativi a volte sembra poco teatrale e attenua la forza di questa storia vera, straordinaria ma spesso scioccante.

Quando la produzione raggiunge davvero la sua intensità drammatica, di solito durante momenti più cupi, come quando un bambino che porta viveri nel ghetto viene colpito brutalmente da un soldato nazista o Szpilman viene sorpreso a trafficare munizioni per la resistenza polacca, essa possiede un potere palpabile e un pericolo tangibile. C’è una sequenza particolarmente notevole in cui i nazisti imperversano, fiutando gli ebrei nascosti, e Szpilman teme che sia giunta la sua ora: accanto a effetti sonori imponenti, la musica raggiunge un crescendo dissonante, quasi insopportabile, mentre Krikler, in preda al panico, si trova in cima al pianoforte a coda, pronto a impiccarsi piuttosto che essere catturato vivo. Sensazionalismo? Sicuramente, ma è una narrazione teatrale potentemente spaventosa.

Gran parte della musica è opera di Szpilman stesso, arrangiata e orchestrata in modo squisito da Simon Lee e interpretata in modo coinvolgente dall’ensemble di attori-musici. La sua dolcezza melodiosa e fluida, insieme al design evocativo di Andrzej Goulding (scenografia e video) e a quello di Robbie Butler (illuminazione), inizialmente ricostruisce un’immagine vivida e affascinante della Varsavia tra le due guerre, ricordata come la «Parigi del Nord», fornendo al contempo una contrapposizione ironica quando le cose diventano davvero cupe.

The cast of The Pianist
Il cast di The Pianist, © Rich Southgate

Le voci cantate sono meravigliose, ma è la recitazione quella che colpisce particolarmente, tanto più se si considera che questi interpreti sono anche la loro eccellente orchestra. Rosalind Ford conferisce alla madre di Szpilman una calda e commovente gentilezza mista a pragmatismo, e Nitai Levi non vacilla nel suggerire la rabbia del fratello in modo comprensibile. Oliver Grant delinea un ritratto coinvolgente del capitano tedesco Hosenfeld, la cui umanità innata e l’apprezzamento per l’arte di Szpilman si scontrano con l’odio del regime nazista. Altri personaggi sono tratteggiati in modo più etereo ma sono ben interpretati.

Tenere tutto insieme in una performance di sottile intensità e di malinconia cupa è Krikler nel ruolo di Szpilman stesso. Con la sua gestualità nervosa e inquieta e il volto sveglio e tormentato, egli comunica non solo l’egocentrismo dell’artista, ma anche la colpa del sopravvissuto e la tremenda confusione di un uomo che fatica a credere all’orrore che lo circonda. È un ruolo di protagonista leggermente curioso, essenziale alla storia ma al contempo distaccato da essa, quasi passivo, mentre osserva e ricorda, ma Krikler lo maneggia magnificamente. Il pianista Malcolm Forbes-Peckham funge, brillantemente, da una sorta di alter ego, passando al pianoforte ogni volta che Szpilman suona.

La regia di Southerland intreccia abilmente contrasti di umore: da un’energia vorticosa e affannosa a momenti di quieta immobilità e desolazione che inquietano e ossessionano. Il design sonoro di Gareth Tucker è giocoso e inquietante, creando un paesaggio uditivo nel quale bellezza e shock possono coesistere.

The Pianist raggiunge solo intermittentemente il suo pieno potenziale emotivo, forse a causa di un personaggio centrale che si tiene, e tiene noi, a distanza per tutta la durata. Tuttavia, non trivializza mai un periodo particolarmente terribile della storia recente, celebrando al contempo la resilienza dell’umanità e la trascendenza dell’arte.

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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