Visse solo trentaquattro anni, ma Alberto Greco li dedicò intensamente a rivendicare, sia in Argentina che in Europa, la possibilità e la validità di un’arte viva al di là dei muri e delle discipline: affermava, con azioni e parole, che l’unico confine tra ciò che possiamo considerare creazione e ciò che non lo è si trova nello sguardo.
A sessant’anni dalla sua morte, avvenuta a Barcellona, il Museo Reina Sofía dedica a questo autore la mostra “Lunga vita all’arte”, in cui emergono le sue idee difficili da incasellare, i molteplici modi in cui cercò di materializzarle tra il 1949 e il 1965, e la documentazione legata alle sue azioni di strada e proposte teatrali, rivolte alla folla e quasi sempre controverse.
Questa mostra è stata curata da Fernando Davis, che ieri ha sottolineato come in quella breve e frettolosa carriera Greco abbia mobilitato sensibilità minoritarie (ha fatto appello all’infantile, al dozzinale o all’abietto), ha sottolineato il potenziale dell’estemporaneo e del contromovimento contro i percorsi stabili, si è aperto al vagabondaggio e alla cattiva scrittura e ha costruito di sé e delle sue azioni una finzione secondo strategie che lui stesso ha definito auto-propaganda.
La mostra, articolata come una retrospettiva, necessariamente, con molteplici deviazioni, si concentra su quanto c’è stato di nomade ed esperienziale nel suo viaggio – nel suo caso è impossibile parlare di carriera – e quanto è lontano dai consueti parametri dell’autorialità e dell’esposizione artistica. La sua stessa vita, errante e materialmente precaria, è stata il suo campo di gioco e anche il suo campo espositivo.
“Lunga vita all’arte” inizia ricordando i suoi primi passi a Buenos Aires: lì si unì a gruppi di poeti e scrittori tra cui Gómez de la Serna, Manuel Mujica Lainez e María Elena Walsh. Si forma in Belle Arti, i suoi riferimenti sono Cecilia Marcovich e Tomás Maldonado, e già allora il suo lavoro comincia a essere influenzato dalla scrittura, dalla quale non si lascia andare.
Nel 1954 si reca per la prima volta a Parigi, dove l’anno successivo espone opere legate ad un’astrazione lirica e tachista; sotto quel nome tachista si presentò a Buenos Aires e a San Paolo. Nello stesso tempo in cui coltivava quell’estetica che contraddiceva l’aspetto adultocentrico delle avanguardie, si impegnava in mostre temporanee itineranti rivolte alle classi popolari argentine; Questi viaggi si sarebbero rivelati fondamentali nel suo lavoro successivo, poiché gettarono le basi per i legami con la comunità che mantenne sempre e per il suo fascino per il folklore.
Al Reina Sofía vedremo alcuni di quei primi tessuti vicini all’informalismo, quello che lui definì terribile, forte e aggressivo contro i buoni costumi: nascono dall’azione violenta sulla materia con mani e piedi, e anche con fluidi; Alberto Greco concepì queste composizioni come corpi viventi potenzialmente organici, suscettibili di trasformazione (anticipando il suo manifesto, come arte vivente). Oltre all’olio e allo smalto, vi applicò sabbia, segatura e urina, e fu uno dei primi autori a lasciare che il tempo inclemente lasciasse il segno sulle immagini.
Non è strano che il passo successivo in questa saturazione della materia, nel suo amore per l’imprevisto e per la vita che si fa strada, sia stato l’abbandono della cornice per trovare all’aperto un movimento che le tele non potevano più contenere. Già all’inizio degli anni Sessanta Greco tappezzò la città di Buenos Aires con manifesti pubblicitari in cui elogiava se stesso con ironia: Quanto sei grande! O Il pittore informale più importante d’America. Erano strategie, in un certo senso, di autoinvenzione: di costruzione della propria figura per lo spazio pubblico. La strada era il suo spazio di indirizzo diretto allo spettatore, a tutti gli spettatori.
Tornato a Parigi, nel 1962, presenta la sua prima mostra di strada: René Bertholo lo fotografa disegnando un cerchio con il gesso attorno all’artista Alberto Heredia, marchiandolo come opera d’arte. Lì contatta Marta Minujín, Leonor Fini e persone a loro vicine, con autori europei come Arman, Yves Klein o Christo o con il gallerista Pierre Restany, al quale propone una mostra fianco a fianco con i senzatetto. L’idea non è stata accettata.

Nello stesso anno, già a Genova, l’argentino formula la sua Manifesto del dito dell’arte viva; Il suo titolo fa riferimento alla convinzione che l’artista non dovesse più esprimere i propri messaggi con i propri pezzi, ma piuttosto dovesse indicare, mostrare con il dito ciò che meritava attenzione. E quella cosa è tutt’altro che ristretta: attraversa situazioni, movimenti, odori o conversazioni. A differenza dei readymade di Duchamp, Greco non riteneva necessario trasferire nei musei quelle che intendeva come opere d’arte; tra l’altro perché nelle stanze non c’era spazio per i loro eventi.
In definitiva, era la sua idea di arte vivente quella che lo costrinse a lasciare l’Italia: programmò a Trastevere un’opera di sperimentazione teatrale e di ispirazione biblica e letteraria (Joyce, Genet), escatologica e sacrilega, che i media battezzarono come delirante orgia da palcoscenico. La polizia è già intervenuta alla première.
Si stabilì poi a Madrid. L’argentino Adolfo Estrada, sempre nella capitale, gli offre il suo studio e mostra i suoi disegni alla galleria Biosca, dove prenderà a sua volta contatto con i membri del gruppo El Paso, all’epoca già sciolto. Con alcuni, lo vedremo al Reina Sofía, ha stretto collaborazioni pur continuando ad estendere la sua arte di vita e di strada: ha costruito oggetti insieme a Manolo Millares e l’assassinio di Kennedy ha ispirato un progetto mortuario che ha sviluppato con Antonio Saura.
Nell’estate del 1963 ebbe il primo contatto con Piedralaves (Ávila), dove si stabilirà per diversi mesi, partecipando attivamente alla vita comunitaria e diventandone l’animatore culturale. In questa città, da lui proposta come capitale internazionale Grecismofirmò i luoghi come opere d’arte – così considerava anche i suoi abitanti – ed espose, letteralmente nelle sue strade, un altro ampio manifesto di arte viventelungo circa trecento metri: nel suo testo si intrecciavano lettere, ricette, frammenti di conversazioni, racconti, allusioni a lotterie…
Ciò che resta di lui è stato diffuso in una vetrina del MNCARS insieme alla documentazione relativa a un’altra delle sue azioni più popolari in Spagna: un viaggio collettivo in metropolitana da Sol a Lavapiés culminato nel dipingere una tela in una corrala; un panno che poi diede alle fiamme. È stata un’avventura che non aveva altro obiettivo se non quello di rompere con ciò che ci si aspettava in quel momento. quello spazio disciplinato o regolato che è la strada.


Parallelamente Greco realizza disegni e collage basati su addizioni e sovrapposizioni, alcuni con calligrafia illeggibile; Possiamo leggerli come traduzioni visive dei loro molteplici vagabondaggi. C’era ancora qualche gesto rivoluzionario da venire: nel 1964, nella galleria Juana Mordó recentemente inaugurata, incorporò nei suoi dipinti personaggi viventi, venditori di lotterie o pipa che descrisse come caratteri influenzando la natura teatrale della vita (il vero lavoro, ricordiamo). Non doveva esserci nulla di inerte o pianificato, ma l’autopropaganda era ancora vitale, introducendo il suo nome in pubblicità commerciali di ogni tipo o in collage autoreferenziali.
L’esito, della mostra e di questa storia, è brusco. L’artista argentino si suicidò a Barcellona nel 1965, un atto che alcuni hanno interpretato come arte, portando alle estreme conseguenze la sua concezione della creazione, ma che non abbiamo ragioni documentarie per qualificare come tale. Come abbiamo detto, non aveva ancora trentacinque anni.


Alberto Greco. “Viva l’arte viva”
MUSEO NAZIONALE CENTRO D’ARTE REINA SOFÍA. MNCARS
C/ Santa Isabel, 52
Madrid
Dall’11 febbraio all’8 giugno 2026
