Le sue esposizioni in galleria sono state frequenti (Daniel Cuevas lo rappresenta a Madrid), ma fino ad oggi Javier Garcerá non era stato protagonista di una mostra istituzionale nella capitale; CentroCentro la propone fino al prossimo maggio, sotto la curatela di Isabel Tejeda e con il titolo di “El pico al aire”.
A causa delle proporzioni imponenti della maggior parte delle sue opere, della luce sottile e del vivido contrasto dei toni rossi dominanti nei dipinti contro l’oscurità delle pareti del quarto piano del Palazzo di Cibeles, questo progetto è stato concepito come una ampia installazione immersiva che comprende cinquanta composizioni, venti delle quali inedite.
Lo scopo ultimo di questa installazione è stimolare la concentrazione dello spettatore e la lenta contemplazione di queste opere; creare uno spazio che allontani il rumore e favorisca la pace. In definitiva, questa aspirazione è fondamento delle opere di Garcerá e delle pratiche, tutt’altro che spontanee, che le nutrono; Nelle parole del curatore Garcerá si posiziona in modo critico ma poetico contro la vita vertiginosa in cui il consumo di decine di immagini al secondo ci porta a uno sguardo epidermico e appena riflessivo (…). L’artista ambisce a un modo diverso di guardare come modo alternativo di porsi davanti al mondo, davanti alle cose e agli eventi che ci circondano. Propone di fermarci a guardare dentro alcuni quadri in cui riflettiamo ed entriamo senza rendercene conto.

Allo stesso modo, il titolo della mostra deriva da San Giovanni della Croce – che è una delle caratteristiche, quella di picco nell’ariacon cui l’autore di canto spirituale Si riferiva all’uccello solitario, allegoria dell’anima contemplativa, che non è inattiva – e una delle opere del CentroCentro ricorda nella disposizione e nelle dimensioni una pala d’altare, una risorsa che Garcerá aveva precedentemente optato, influenzando il suo desiderio di strutturare uno spazio di silenzio attorno ai dipinti.
Un altro dei suoi riferimenti intellettuali è stato Goethe, soprattutto nella sua raccolta di poesie. Divano tra Oriente e Occidentein cui propone di coniugare entrambe le tradizioni culturali, mentre tra quelle prettamente plastiche si possono citare il Beato Angelico o Manet, sotto forma di allusioni interessanti, anche se non esplicite, che si accostano ai soggetti prediletti dal saguto. La sua iconografia è radicata nella sua vita personale ed emotiva, cambiamenti, nature e architetture con qualcosa in comune: l’abbandono; Pertanto, i loro temi si riferiscono ad affetti e bisogni, incluso il recupero dell’innocenza e dell’introspezione.


Nei processi lavorativi di Javier Garcerá, la formalizzazione materiale dei pezzi occupa poco tempo rispetto al tempo dedicato alla sperimentazione di cui sono il frutto: mesi di ricerca che, a volte, si materializzano in pochissimi lavori, lavori che aprono a loro volta altri punti di partenza.
Il frutto di questo ritardo e di questa meticolosità sono immagini che penetrano nella retina, ma sono difficili da cogliere: è inevitabile pensare a cosa c’è in esse di rivelazione, di presenza latente; qualcosa si nasconde oltre le superfici dei tessuti, emergendo lieve e a intermittenza e sfidando la nostra percezione, perché l’occhio forse inconsciamente oscilla tra il riconoscimento di ciò che vede e la sua perdita, un andirivieni che mette in discussione anche la staticità del mezzo pittorico.
Egli approfondisce spesso la compatibilità tra rivelare e nascondere: le superfici monocrome, comuni nella sua produzione e anche in quella più recente, campiture mimetiche a cui solo uno sguardo distratto può accedere; In definitiva, questo autore propone una sorta di scambio: quello del tempo lento che ha dedicato alla creazione per la nostra osservazione senza fretta.
Questo esercizio non sarebbe possibile senza il suo uso attento della luce, che se da un lato guida la nostra attenzione in varie direzioni, dall’altro sembra anche avvicinarci ad infiniti celati ad un rapido sguardo. Il critico Delgado Mayordomo ha sottolineato, riguardo ai lavori passati di Garcerá, che Per accedere in modo affidabile a queste opere è necessario abbandonare il proprio sguardo alienato e digitalizzato, quello che divora avidamente tutto ciò che gli viene offerto. È necessaria una percezione diversa, capace di conquistare il proprio senso dell’esperienza e portare consapevolezza di ciò che stiamo vedendo nel presente.


Javier Garcerá. “Il becco in aria”
CENTROCENTRO. PALAZZO DI CIBELE
Piazza di Cibeles, 1
Madrid
Dal 18 dicembre 2025 al 3 maggio 2026
