Just For One Day: Recensione di West End per il Musical Live Aid

Craige Els e il cast di Just For One Day, © Evan Zimmerman

È una verità spesso sottovalutata che qualcosa possa essere non perfetto, ma comunque estremamente coinvolgente allo stesso tempo. Non nel senso di “così brutto da essere bello”, ma semplicemente che a volte ti siedi e guardi qualcosa, e la tua mente analitica ti dice: “Oh, questa scena è un po’ goffa” — eppure ti ritrovi a sorridere e a muoverti al ritmo.

È esattamente questa sensazione che provo con Just for One Day: The Live Aid Musical, che ha trasferito il suo palcoscenico nel West End dopo il debutto lo scorso febbraio al Old Vic. Ora, a quarant’anni di distanza dall’epico concerto di beneficenza che raccolse milioni per l’aiuto contro la carestia, il musical rappresenta un gioco di nostalgia ben calibrato nel genere jukebox, inframezzato da un pizzico di storia recente che ricorda “il giorno in cui la musica unì il mondo”.

Con un cast giovane che canta a squarciagola i grandi successi degli anni ’80, indossando ancora le magliette originali di Live Aid e conservando i ricordi di quell’epoca, il musical esercita ancora il suo incantesimo di buon umore. Diretto in modo fluido e intelligente da Luke Sheppard, la forza del suo stile sta nel fatto di evitare imitazioni perfette, siano esse somiglianti o solo sonore, preferendo lasciar emergere la musica che evoca il passato e allo stesso tempo si proietta in un presente rivisitato e in ascesa.

Il potere delle canzoni e delle interpretazioni sul palcoscenico

Potete immaginare la voce operistica di Freddie Love attraversare un “Bohemian Rhapsody” in crescendo, infiammando il pubblico come faceva Freddie Mercury davanti a un pubblico mondiale di 1,5 miliardi di persone, con i concerti trasmessi da Wembley e Philadelphia. Avrete anche un carismatico George Ure (senza parentela con altri) che, nelle sue note, richiama l’atmosfera di Midge Ure e Ultravox, intonando un nostalgico “Vienna”.

Ma la cosa più straordinaria è il gruppo di cantanti eccezionali e la banda epica che, silhouette dietro di loro nell’ambientazione minimalista e versatile di Soutra Gilmour, interpretano con passione successi di Sting, Paul McCartney, Run DMC, David Bowie e molti altri (le didascalie sopra la ribalta assicurano di conoscere chi è chi). Sarebbe impossibile non lasciarsi coinvolgere e divertirsi.

Due attori che ballano sul palco davanti a un grande logo di Live Aid
Tamara Tare, Jake Small e il cast di Just For One Day, © Evan Zimmerman

Ma ci sono anche le parti meno perfette. Il testo di John O’Farrell, a tratti brillante ma spesso troppo insistente e serio, rappresenta uno dei pochi aspetti che potrebbero stancare. La narrazione del concerto – dall’ispirazione di Bob Geldof nel vedere il servizio della BBC sui bambini affamati in Etiopia, passando per il lancio di Band Aid “Feed the World” e arrivando al successo planetario – è vista attraverso gli occhi di Suzanne, una donna qualunque che si è sentita ispirata a esserci.

Sebbene Melissa Jacques e Hope Kenna siano interpreti simpatici, il ripetere frequentemente l’idea che si trattasse di un momento in cui le persone comuni potevano cambiare le cose finisce per perdere progressivamente d’efficacia. Lo stesso vale per l’introduzione della figlia di Suzanne, Jemma (Fayth Ifil), che porta un po’ di scetticismo millennial, mettendo in discussione la motivazione e il successo di Geldof. Le sue contestazioni risultano troppo insistenti e non approfondiscono abbastanza la complessità dell’intervento occidentale nella politica dei paesi africani.

In questa cornice, Craige Els interpreta Geldof con atteggiamenti da sborrone e bestemmie, ma lo fa in modo convincente. L’arrivo di Tim Mahendran nei panni di Harvey Goldsmith dà nuova vitalità alla scena, grazie anche alla sua presenza e alle battute pungenti. Lo stesso vale per Julie Atherton nei panni della signora Thatcher, che si diverte a cantare e a mostrare espressioni di shock con Geldof. Le scene tra i due sembrano più libere dal peso della storia rispetto alle altre parti dello spettacolo.

Ma sono sempre le canzoni (splendidamente arrangiate e orchestrate da Matthew Brind) e l’energia (coreografata da Ebony Molina) a rappresentare il punto di forza. Questi elementi coinvolgono il pubblico e lo fanno uscire con il sorriso sulle labbra. La coppia dietro di me aveva addirittura intenzione di tornare a vederlo ancora.

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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