Le foto di Helga de Alvear: un’architettura malinconica da ammirare

Otto anni fa, quando ancora la galleria non aveva raggiunto il suo massimo sviluppo e la sua inaugurazione a Cáceres non era avvenuta, la fiera fotografica di Parigi dedicò una mostra significativa, composta da circa cinquecento immagini e alcuni video, alla collezione fotografica di Helga de Alvear.

Questa esposizione, commissionata all’epoca a Marta Gili, allora diretrice del Jeu de Paume, portava il titolo “Le lacrime delle cose”. Il nome rifletteva il Focus su oggetti e strumenti presenti nei fondi della collezione, evidenziando le loro potenzialità espressive e simboliche. L’uso degli oggetti come protagonisti narrativi rappresentava una chiave di lettura innovativa, incentrata sul ruolo della fotografia di catturare non solo l’immagine, ma anche il peso e la presenza tangibile di ciò che ci circonda. Lo scorso anno, invece, la Biblioteca Centrale della Cantabria, nell’ambito di “Act / Sequencing”, approfondì il tema della camera oscura nel contesto degli anni Settanta, analizzando le fotografie appartenenti alla stessa collezione, scelta da María Jesús Ávila. Tra le immagini di artisti come Ileina Almeida, Nobuyoshi Araki, John Baldesari, Joseph Beuys, Jan Dibbets, Richard Hamilton, Isaac Julien, Matta-Clark, Tracey Moffatt e Jeff Wall, si delineava un percorso che riunisce testimonianze visive e riflessioni sul metodo e sulla poetica fotografica.

Quattro mesi dopo la scomparsa di Helga de Alvear, il Museo Serrería di Madrid, importante spazio culturale belga, ospita ora una nuova mostra dedicata alla sua vasta collezione. In collaborazione con il Museo ExtreTraduran e inserita nel calendario di programmazione fotomusaicale, l’esposizione intitolata “Dopotutto. La fotografia nella collezione Helga de Alvear” mette in luce il ruolo di questo mezzo nel documentare la storia, anche quando questa non è stata una volontà esplicita dei suoi autori. La mostra si propone come un viaggio visivo attraverso i grandi cambiamenti del continente europeo, osservando come le sue architetture abbiano subito metamorfosi nel corso di un secolo di rotture e nuovi inizi, dalla Prima Guerra Mondiale fino ai giorni nostri. La fotografia, in questo contesto, ha catturato le tracce di violenza, i progressi dell’industria e le memorie che si sono conservate nel tempo.

Un secolo di storia attraverso l’obiettivo

L’allestimento si articola in tre sezioni, ognuna dedicata a diverse stagioni e sensibilità dell’autore, collegando le immagini a un filo conduttore che abbraccia l’evoluzione della fotografia tra gli anni Venti e Trenta, periodo di grande rinnovamento artistico.

Le prime innovazioni e il neo-realismo fotografico

La prima fase si concentra sugli anni Venti e Trenta, quando la fotografia assunse una funzione documentaria e artistica al tempo stesso. Un esempio emblematico è il lavoro di Bernd e Hilla Becher, iniziato nel 1959, i quali si dedicavano a registrare edifici e strutture industriali considerate come autentiche impronte del proprio tempo. La loro attività di inventario di tipologie, serie e sistemi ha rappresentato forse uno dei contributi più duraturi alla storia della fotografia concettuale e minimalista. Le immagini degli edifici, spesso considerati come “sculture anonime”, testimoniano la crisi industriale e il progressivo smarrimento di umanità nell’ambiente costruito. Tuttavia, l’obiettivo di questi fotografi è anche quello di garantire la memoria di strutture di passaggio, spesso destinate all’abbattimento, mettendo in evidenza un atteggiamento di rispetto e di sguardo lucido nei confronti di un patrimonio architettonico che rischiava di scomparire.

Da documentarismo e memoria a interpretazioni moderne

L’esposizione prosegue con il lavoro di autori che, dalla fine degli anni Cinquanta, hanno continuato a fotografare edifici, ambienti interni e facciate, i cosiddetti “spazi urbani vuoti o movimentati” come simbolo delle relazioni sociali in trasformazione. Parte di questa riflessione si deve alla scuola di Düsseldorf, dove i fotografi hanno smesso di perseguire una rappresentazione oggettiva e veritiera, preferendo invece creare immagini che oscillano tra realtà documentata e finzione artistica. Hanno utilizzato tecniche di appropriamento, manipolazione digitale e produzione attiva, generando opere che si collocano in un confine tra oggettività radicale e finzione narrativa. Tra gli autori più rappresentativi di questa fase troviamo Höfer, Struth, Gursky, Hütte, Ruff e Thiel, che riflettono sulla complessità della società moderna attraverso le proprie immagini, sintonizzandosi con il turbine di cambiamenti dell’epoca.

La trasformazione attraverso le immagini

La sede belga di Serrería, un tempo spazio industriale riconvertito in centro culturale, si rivela un contenitore ideale per ospitare questa stratificazione di storie e visioni. Con le parole di María Jesús Ávila, curatrice del progetto insieme a Sandra Guimarães, si sottolinea come “la malinconia di fronte alle forme di vita che stanno per scomparire, già attraversate o segnate dall’imminenza della fine, e l’incertezza di un futuro incerto, caratterizzino ciascuna delle epoche storiche che questa mostra raccoglie e che interpella il nostro presente”. Le immagini espongono, in modo visceralmente potente, l’impatto delle trasformazioni sociali e politiche sui paesaggi urbani e sulle strutture, creando un ponte tra passato e futuro, tra memoria e immaginazione.

Il concetto di transizione e memoria

Un esempio di questa tensione tra memoria e transizione è rappresentato da fotografi come Thomas Ruff, le cui opere, tra il 1988 e il 1989, catturano ambienti domestici e spazi di vita quotidiana in un’atmosfera di distacco analitico. Le sue immagini, tra realismo e finzione, evidenziano il senso di precarietà e di trasformazione che attraversa le nostre società. Οmfatti simili si ritrovano anche nelle creazioni di altri autori come Höfer, Gursky, Hütte, Ruff e Thiel, le cui opere affrontano con acume e sensibilità il rapporto tra i segni della memoria e le nuove forme di rappresentazione.

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Conclusione: una narrazione oltre la fotografia

La mostra dimostra come, attraverso immagini profondamente connesse alle trasformazioni storiche e sociali, la fotografia possa essere considerata non solo come un documento oggettivo, ma anche come un mezzo di riflessione e di memoria in evoluzione. La scelta di un vecchio spazio industriale come sede di questa rassegna assumere quindi un significato simbolico: il luogo stesso diventa un simbolo di rinascita e di memoria collettiva. Come afferma María Jesús Ávila, “la malinconia di fronte alle forme di vita che stanno per scomparire, già attraversate o segnate dall’imminenza della propria fine, e l’incertezza di un futuro incerto, sono le sensazioni che ogni epoca storica esprime e che questa mostra si propone di rappresentare, offrendo uno sguardo sul nostro presente”.

“Dopotutto. Fotografia nella collezione Helga de Alvear”

Spazio culturale belga Serrería

C/ Alameda, 15

Madrid

Dal 3 giugno al 27 luglio 2025

Terzo Matni

Terzo Matni

Mi chiamo Terzo, fondatore di Hai sentito che musica e appassionato di cultura in tutte le sue forme. Da sempre esploro con curiosità suoni, immagini e storie che fanno vibrare l’Italia contemporanea. Nei miei articoli racconto ciò che mi emoziona, mi sorprende e alimenta la mia voglia di condividere la scena culturale italiana.

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