Una delle ultime mostre a cui Martin Parr ha potuto partecipare, prima della sua morte, avvenuta nel dicembre scorso, è “Global warning”, che aprirà al pubblico il 30 gennaio al Jeu de Paume di Parigi. È probabile che, per questa ragione, le sue stanze si tingano di nostalgia, anche se il britannico avrebbe sicuramente detestato quel sentimento: le sue immagini, dagli anni Settanta fino al suo trapasso, erano intrise di ironia, di un esame satirico e non moralistico dei nostri tic sociali, e di una critica ovvia ma giocosa.
A Parigi saranno presentate quasi duecento opere, rappresentative dell’intera carriera, nelle quali vedremo come Parr abbia documentato i sintomi di quelle che possiamo definire crisi delle società materialmente privilegiate: turismo di massa, consumo sfrenato, dipendenze tecnologiche e un rapporto, per usare un eufemismo, ambivalente con la natura. C’è chi, nell’affrontare tali temi, ha apprezzato con umorismo l’eredità della tradizione caustica del proprio Paese; una versione moderna delle passate guerre visive della Gran Bretagna contro le convenzioni nella rappresentazione, nella sostanza e nella forma.
Il suo ritratto del mondo globalizzato, divertente e inquietante al tempo stesso, nasce raccogliendo istantanee nei centri commerciali, sulle spiagge affollate, negli zoo, ai saloni automobilistici o sulle montagne svizzere; non contano tanto gli scenari quanto i comportamenti che in quei luoghi gli individui si concedono: banali, assurdi e fondamentalmente rivelatori.

La sua estetica è quasi inconfondibile: ha iniziato in bianco e nero, ma presto si è orientato verso toni saturi, inquadrature strette, accumulo di dettagli e un chiaro gusto per il kitsch e i contrasti. Questo stile, consolidato nel mezzo secolo trascorso dagli anni Settanta, consente una lettura del suo lavoro a più livelli: possiamo restare all’aneddoto contemplato nell’immediatezza, ma anche al suo costante sovvertimento dei codici dell’eleganza e alla sua sfida ai parametri di vari generi fotografici, come la pubblicità, le cartoline o la fotografia naturalistica. Facendo attenzione ai linguaggi, Parr ne rivela gli artifici, i luoghi comuni e tutto ciò che sembrava, in quel tipo di stampe, dato per scontato.
Cinque sezioni struttureranno questa mostra, concentrandosi su temi, motivi e ossessioni ricorrenti che, come l’artista vide nei suoi ultimi anni, avevano un profondo rapporto con il progressivo degrado dell’ambiente, pur non mantenendo alcun desiderio di attivismo.
Ci ha insegnato con insistenza come le attività del tempo libero alterano l’ambiente; quell’unione apparentemente indissolubile che abbiamo instaurato tra il piacere e la generazione di rifiuti, tra il naturale e l’artificiale. Parr ci ha offerto un inventario crudo e divertente dei nostri oggetti del desiderio e delle nostre modalità di consumo, visti come espressione di una nuova religione: attraverso il suo obiettivo, supermercati, centri commerciali, fiere e mostre diventano scene di una corsa frenetica, condivisa da tutte le classi sociali, in cui gli stessi esseri umani a volte diventano merci.

Ma la più grande delle sue ossessioni era il turismo, che esplorava sia nei suoi piaceri che nelle sue contraddizioni, perfino nei suoi vicoli ciechi. Nei luoghi più visitati si è focalizzato sulle abitudini e sui comportamenti del turista globale, suggerendo anche uno studio sottile degli squilibri tra gli emisferi. Per quanto riguarda la nostra convivenza con gli animali, era interessato alla confluenza sul lato umano di indifferenza e fascinazione, negligenza ed eccessiva attenzione, violenza e affetto.
Si è occupato anche del nostro legame sempre più intimo con le macchine: automobili, videogiochi, slot machine e, negli ultimi anni, anche computer e smartphone che ridefiniscono il nostro rapporto con la realtà, lo spazio e il tempo. Lo stesso Parr concepiva le sue foto come una forma di intrattenimento – quello fornito da questi dispositivi, come la macchina fotografica – che contiene un messaggio serio se si è disposti a leggerlo, ma sosteneva di non cercare di convincere nessuno di nulla: Mostro solo quello che la gente pensa di sapere. ha dichiarato nel 2021. In effetti, spesso sei così, anche se non ti vedi sembrava dire.

Mai pretenzioso, insisteva nel dire che era parte del mondo che documentava e criticava: Andiamo verso la catastrofe, ma tutti insieme. Nessuno oserà vietare le automobili o i viaggi aerei. Era persino consapevole della sua (elevata) impronta di carbonio e si rifiutava di adottare un atteggiamento di superiorità rispetto alle persone che fotografava.
Sapendo che le immagini da sole non bastano più per trasformare il mondo, le ha concepite come una forma di resistenza: quella di chi è consapevole delle derive diffuse e della lontana possibilità di invertirle, e ce le insegna. Con tenerezza e altro.


Martin Parr. “Avvertimento globale”
JEU DE PAUME
1 Piazza della Concordia
Parigi
Dal 30 gennaio al 24 maggio 2026
