Che spettacolo magnifico è The Weir di Conor McPherson. Sembra semplice: cinque persone riunite in un pub in una notte invernale, a raccontarsi storie. Eppure, proprio entro quel confine, McPherson tesse le parole con una cura e una precisione tali da non far mai perdere la tensione.
È al tempo stesso naturalistica e numinosa, un risultato sorprendente quando l’autore la portò in scena nel 1997, all’età di 25 anni, e altrettanto mirabile oggi, con una compagnia di grande valore guidata da Brendan Gleeson nel ruolo del meccanico Jack, uno dei habitué di un bar di campagna in Irlanda.
È lì, a far passer la serata insieme al barista Brendan (Owen McDonnell) e al suo amico e compagno Jim (Sean McGinley), quando il loro vicino più ricco Finbar (Tom Vaughan Lawlor) irrompe con una new entry – una misteriosa Dubliner di nome Valerie (Kate Phillips), che ha affittato una casa nei dintorni.
Il tono è scherzoso, realistico. Tutti gli uomini, in qualche modo, cercano di impressionare Valerie, gareggiando tra loro per mostrare la loro astuzia. Finbar, che Vaughan-Lawlor interpreta con un’energia infinita e tremolante, rilancia l’idea di «un solo giorno di calendario» e si guadagna il disprezzo di Jack. La richiesta di Valerie di vino bianco provoca sconcerto e molte burle verso Brendan quando stappa una bottiglia antica che qualcuno gli ha regalato. Le parole si urtano tra loro come amici di vecchia data; sono persone che parlano sempre di nulla, la cui percezione di sé si costruisce attraverso interazioni calme, quotidiane.

Ognuna delle interpretazioni è dosata in modo impeccabile. McDonnell conferisce a Brendan un fascino taciturno che nasconde la solitudine, mentre McGinley rende le esplosioni improvvise di loquacità di Jim tanto rivelatrici quanto le sue amare osservazioni sulla madre malata e anziana.
Ma man mano che ogni storia si dipana, McPherson, in qualità di regista, permette che il silenzio e la quiete calino sul set disordinato di Rae Smith, sfumato da una luce tenue grazie all’impianto luci di Mark Henderson. Solo il vento, evocato dal progetto sonoro di Gregory Clarke, mette in rilievo le narrazioni. «Era questa la notte…» dice Jack. «Sto allestendo la scena per te?»
Poi Valerie racconta la sua storia di perdita, e sembra che gli uomini si congelino. Ascoltano con attenzione, muovendosi a stento mentre lei gira insistentemente per la stanza, cercando di dare senso al proprio dolore. Si tratta di un racconto di fantasmi di un livello diverso di sentimento e, nella dolcezza sobria di Phillips, è pieno di dolore contenuto.
Questo cambiamento di tono muove la pièce verso un’oscurità più profonda, ma anche verso una nuova idea di comunità, in cui ciascuno degli uomini trova modi diversi per spiegarsi e condividere la propria tristezza. Con l’arrivo della notte e solo tre di loro riuniti intorno al camino, Gleeson racconta l’ultima storia della serata, di amore fallito, arroganza giovanile e opportunità mancate. «Beh. Non era proprio una storia di fantasmi. Comunque. Almeno.»
Ma lo era, perché il suo ricordo finale è pieno della vita che lo perseguita, delle possibilità che si sono perse. Gleeson, al suo debutto nel West End all’età di 70 anni, si staglia imponente, un grande animale bruno che vaga per il bar, il viso scavato da pensieri diversi e gli occhi sempre vividi e vigili. Nei suoi ultimi momenti con Valerie, prima che la lunga notte finisca, scopre una sorta di grazia – un caldo scintillio di speranza e amicizia.
È una produzione incredibilmente buona di un testo che è già diventato un classico, capace di dire tanto facendo apparentemente nulla. L’opera prende il via con un piccolo scorcio di Tristan und Isolde, la grande evocazione wagneriana dell’amore travolgente e destinato; ma si chiude con una forma diversa di empatia, quella che tiene vive le persone. È magnifico.
