Florencia Baliña, Andrés Ruiz, Aroa Urtega e Andrea Vargas sono i quattro commissari della mostra che ha inaugurato da poco al Museo dell’Università di Navarra. Provenivano tutti dalla settima edizione del Master in Commissioner Studies promosso da quel centro, e il loro progetto di TFM è stato selezionato per trasformarsi in una mostra pubblica guidata da due dei loro docenti: Gabriel Pérez-Barreiro, a sua volta direttore del Mun, e María Aguilera.
Il titolo è «Caro spettatore, cosa sembri?» ed è proprio il pubblico, chiamato a completare l’opera con il proprio sguardo, al centro della proposta. Baliña, Ruiz, Urtega e Vargas partono dalla premessa – sostenuta da Umberto Eco – che ogni artista immagina in mente un certo tipo di osservatore quando crea. Da questa idea hanno elaborato quattro modalità di visione, non come ruoli esclusivi o chiusi, ma come differenti atteggiamenti di ricezione: il detective che cerca di decifrare un enigma; il riccio di mare attento al livello sensoriale di ciò che si osserva; lo spioncino o voyeur; e il proiettore, colui che desidera scoprire sulle proiezioni dell’opera le proprie emozioni o fantasie.
Nei fondi della ARC Foundation, ospitati presso il dos de Mayo Art di Móstoles, questi studenti hanno selezionato trentacinque pezzi in base alle sensazioni che possono suscitare nel pubblico, che siano emotive, corporee o intellettuali, a seconda della tipologia di fruizione richiesta. L’obiettivo finale di questa assemblea non è solo offrire ai visitatori un’esperienza accessibile e piacevole di fronte all’arte contemporanea, ma anche stimolare una riflessione, trattata con una dose di umorismo e una vena giocosa, sui propri atteggiamenti di fronte alla creazione odierna.
Naturalmente, l’“occhio” indicato nel titolo non riguarda soltanto la vista, ma anche e soprattutto i pensieri e le azioni che tale percezione provoca: la selezione, i confronti e le interpretazioni.
Tra i lavori selezionati per i fondi ARC a comporre l’itinerario, due hanno avuto un ruolo particolarmente decisivo nell’articolazione del percorso: l’installazione Piccoli mondi privati (2001) di Gustavo Romano e il video Berlino Zoo Part 2 (2003) di Filipa César. Il primo è costruito attorno a un microscopio collegato a una telecamera di sorveglianza montata al soffitto; quando l’immagine catturata appare sul monitor, il pubblico scopre di essere esso stesso osservatore. Il secondo coglie i volti di chi guarda qualcosa in modo rivelato, senza che si possa sapere esattamente cosa sia: l’attenzione si sposta dunque sugli osservatori e sui loro modi di guardare plumbei.
Nel capitolo dedicato allo spettatore detective, colui che osserva un’opera come se fosse un enigma da risolvere e tenda a svelarne qualcosa oltre l’apparenza, troveremo opere che potrebbero richiedere la nostra particolare attenzione, celando indizi nascosti.
Dì Seven (2000), di Arturo Herrera, potrebbe a prima vista apparire come un’astrazione complessa realizzata con feltro; in realtà contiene riferimenti storici a persone costrette a emigrare dall’Europa verso gli Stati Uniti durante periodi di discriminazione e che hanno finito per lavorare, tra l’altro, per Disney. Mentre Paloti rossi – Vernice per posta aerea Nº 39 (1985-2006), di Eugenio Dittborn, richiama il tema del colonialismo e del traffico di persone attraverso disegni, testi manoscritti, ritagli e fotoincisioni legate a una mummia andina.
Musica accidentale (1998), di Jorge Macchi, è composta da tre partiture di grande formato; avvicinandoci si può leggere che i pentagrammi contengono pezzi di cronaca londinese relativi a incidenti e omicidi tra persone comuni. È altrettanto evidente che non si tratta di una pagina stampata, come Pagina sinistra, pagina destra di Massimo Bartolini; qui, due fogli bianchi in realtà sono fatti di alabastro, secondo la beffa di Daniil Kharms: una poesia scritta su carta e scagliata contro una finestra dovrebbe romperla.
Completa questa sezione Lettere morte B.21.91 (1991), dall’[[Danimarca]] e Rasen (1998), di Thomas Demand. Le linee del primo non sono linee ma fogli di carta compressa incollati; il secondo, noto per l’uso di carta e cartone comuni, quando fotografato diventa realtà percepita dal nostro sguardo.

A HEWLS assunto Sono dati In Lode dell’ascolto 5 (2008), di Amalia Pica, un’imponente opera sonora che mette in luce l’importanza dell’ascolto e potrebbe sorprendere per la sua concretezza fisica; Grovigli grovigli, un lavoro di Eva Fàbregas accompagnato da audio, destinato, come tutte le sue sculture gonfiabili, a generare esperienze sensoriali quasi totali; oppure Pausa istituzione (2018), di Eva Kotetková, un muro da cui emergono forme misteriose, quasi una protesi fantastica.
Osserveremo anche Caschi VIII (2020), una delle sculture di Crespo caratterizzate da forme antropomorfe, o Radical Writings, Exercitium Nr.4 VOM 19-6-91 (1991), di Irma Blank, una monocromia blue teorica realizzata con pennellate che accompagnano i respiri dell’artista.

Nella rassegna dedicata alle “visioni” del pubblico figureranno anche Contortionists (Monika) (2003) di Markus Schinwald, dove si instaura un meccanismo di sorveglianza reciproca che permette di intravedere chi sta osservando; Luna solitaria (2017) di Santiago de Paoli, una suggestiva proiezione di una figura femminile illuminata dalla luna; Azione del segno del corpo (1970) di Valie Export, una mostra sull’intimità e la privacy; SEM Titolo (Tatuagem 5) (1997) di Rosângela Rennó, un frammento di un corpo altrui; Zone sicure n. 7 (2001) di Jonas Dahlberg, che trasforma lo spettatore in potenziale “osservato” all’interno di un soggiorno privato come un bagno; e La finestra (1997) di Bülent Sancar, una serie fotografica che ritrae i preparativi di un viaggio non ancora noto.


Infine, lo spettatore proiettore che inserisce parti di sé nelle opere è invitato a sperimentare con progetti come Scale (2000) di Rubens Mano, una scultura cromata che riflette chi si avvicina; File Jr Plaza (2005) di Iñaki Bonillas, con un retro costituito da diverse foto del nonno; Autoritratto Trending to Be Maria Thereza Alves (2006) e Autoritratto per essere Maria Thereza Alves come Terminator 2 (2007) di Jimmie Durham, che riconfigurano l’identità dell’artista attraverso la finzione; Macchina noiosa tunnel (2021) di Teresa Solar Abboud, una serie scultorea ispirata a grandi macchinari ma abbastanza opaca da contenere un significato; e Entrelacmento II di Leda Catunda, altro esempio di materia ambigua e interpretazione estremamente libera.
Tutti questi modi di guardare sono legittimi, perfino complementari, e certamente non esaurenti; è proprio questa pluralità che emerge dai testi che accompagnano la mostra. E la novità di dare centrale all’osservatore rende particolarmente stimolante seguire le scelte di questi curatori.
Dal momento che il Museo dell’Università di Navarra festeggia quest’anno il suo primo decennio, l’ingresso sarà aperto fino a dicembre grazie al sostegno della città di Pamplona.


“Caro spettatore, cosa sembri?”
Museo dell’Università di Navarra
Campus universitario, s/n
Pamplona
Dal 9 settembre 2025 all’8 febbraio 2026
