Artista inquieto, ma sempre misurato, dalle origini fauve e da frequenti incursioni nell’astratto, la sua ricerca ha condotto a un paesaggio urbano, sobrio e lineare, arricchito di particolari e caratterizzato da una contiguità quasi ingenua, ma impossibile da interpretare come ingenua in senso pienamente puro in un pittore ormai esperto come si è dimostrato di essere.
Gaya Nuño lo citò così, nel 1970, nel suo classico volume dedicato alla pittura spagnola del XX secolo, riferendosi a Fernando Delapuente, artista di Santander (1909-1975) la cui morte prematura risale a circa mezzo secolo fa; Queste difficoltà di inquadramento non sono mai state considerate come problemi tra autori che non perseguivano l’avanguardia né riducevano le loro fonti di influenza a movimenti specifici, ma piuttosto aprivano i loro riferimenti a quegli autori e scenari, contemporanei o meno, che rispondevano alle loro ricerche. Nel caso di Delapuente si trattava di semplicità e libertà espressiva e di desiderio di cogliere l’essenza dei suoi motivi, fondamentalmente paesaggi urbani e naturali, ma anche nature morte e ritratti.
Fino al prossimo gennaio, l’Illustre Collegio Ufficiale dei Medici di Madrid, molto vicino al Museo Reina Sofía e al Paseo del Arte, ospita un’antologia di quest’autore organizzata dalla Fondazione Methos e curata da Andrés Barbé Riesco. Si compone di settanta opere, strutturate in una mezza dozzina di sezioni tematiche e cronologiche, che permettono di ripercorrere la sua evoluzione nella gestione libera ma attenta del disegno e nell’uso del colore e della luce, dai primi ritratti accademici e le vedute del neonato Ebro a Nestares fino ai suoi ultimi dipinti, dedicati a un Mar Cantabrico calmo o arrabbiato, anche nei toni.
Il percorso si apre con due autoritratti di impronta fauvista e di background similare, separati da poco meno di vent’anni; avanzano quelle che, come ha sottolineato Puerta López-Cózar nella presentazione della mostra, saranno tappe fondamentali nella sua produzione, al di là dei generi: il vigore coloristico, che si instaurò nella sua opera dopo un decisivo viaggio in Italia tra il 1949 e il 1953 e dopo aver contemplato in diverse mostre, sia italiane che francesi, opere di Van Gogh e Matisse, Derain e De Vlaminck (in queste settimane, anche, vicini al CaixaForum); libertà espressiva, tratto distintivo dei suddetti pittori che notò soprattutto in quest’ultimo; e quella ricerca di essenzialità che, più che come ingenuità dobbiamo intenderla come desiderio di semplicità.
Le prime vedute che ci incontreranno saranno, appunto, quelle di varie città italiane, scenari costruiti da piani cromatici in toni liberi: non si voleva mimesi, ma la cattura di paesaggi emotivi e propri.

In quel modo di lavorare ebbe peso la sua conoscenza dei mosaici bizantini dei templi di Ravenna, dove notò le possibilità della vibrazione del colore piatto, dell’allargamento o della dislocazione delle aree cromatiche; anche il suo ruolo di ingegnere: più che ritratte, nei dipinti queste città sembrano costruite. Questa professione avrà a che fare anche con il fatto che, con umorismo (e disciplina), ha contato tutte le sue composizioni: più di mille, nonostante la sua vita non sia stata lunga.
Contempleremo poi le sue vedute parigine – luminose nonostante il grigio che a volte domina i cieli e le architetture -, i giovani e i tailleur che convergevano sotto il tendone di Les Deux Magots; e una prima serie di paesaggi materici, realizzati in studio, che rimandano a una visione tellurica della campagna (Terra nuda si intitola uno di essi) e che esprimono chiaramente il loro desiderio di purificazione, ora sotto forma di texture terrose, opere naturali che sembrano contenere ciò di cui è fatto l’ambiente primario.

Uno dei paesaggi castigliani più potenti e poetici presenti in mostra prende il titolo da un frammento del Viaggio ad Alcarria di Cela (a Brihuega: Il viaggiatore, di nuovo in viaggio, pensa a quanto è già accaduto, chiude un attimo gli occhi per sentire il movimento del suo cuore.); In esso, solchi che sembrano estendersi all’infinito condividono toni gialli e arancioni con il cielo, che ricordano Van Gogh. Tra i due grandi prolungamenti, una piccola chiesa completa la scena: un compendio di sostanza nei tratti essenziali che sembra più vicino ai campi che disegnò attorno a Pavarolo Casorati, il pittore del silenzio, che ai campi molto più ocra della pittura spagnola di quel tempo.
Altro capitolo importante della mostra sono i paesaggi madrileni, diurni e notturni: Delapuente fornì alla capitale quasi centoventi opere. Rappresentò sia le piazze e le strade tradizionali – con toni molto accesi – sia le sue aree monumentali – con maggiore sobrietà – in composizioni fondamentalmente allegre che furono, insieme a quelle dei realisti madrileni, tra i primi dipinti incentrati sulla vita urbana della città e non sulle aree circostanti, che avevano una lunga tradizione. Contemplare insieme le immagini dell’uno e dell’altro ci permetterebbe di esaminare la diversità di approcci da cui Madrid Villa è arrivata su tela negli anni ’60.
La mostra culmina con le ultime vedute del Mar Cantabrico sotto i gabbiani. Questo mare diventa il centro del suo lavoro a partire dal 1967 e gli permette di avvicinarsi all’astrazione, talvolta sulla scia di Turner, mentre condensa in semplici piani di colore la sua concezione della pittura come orizzonte o puzzle in cui si inseriscono emotività, fede e rigore.



Fernando Delapuente
ILLUSTRE COLLEGIO UFFICIALE DEI MEDICI DI MADRID
C/ Santa Isabel, 51
Madrid
Dal 19 novembre 2025 al 17 gennaio 2026
