Tre anni fa il Museo del Prado ha inaugurato l’iniziativa Il Prado al femminile, percorsi annuali pensati per offrire chiavi di lettura alternative delle collezioni, guidati da donne che hanno promosso, custodito e ispirato una parte delle opere in patrimonio.
Dal 2022, sotto la direzione scientifica di Noelia García Pérez, docente di Storia dell’Arte all’Università di Murcia, il progetto ha raccolto un notevole successo e ha ricevuto riconoscimenti sia da parte di istituzioni femministe sia tra gli storici dell’arte; come ha evidenziato oggi Miguel Falomir, per la qualità sia del contenuto che della forma. Ha anche ispirato repliche presso altri centri d’arte.
Dopo i capitoli dedicati alla committenza tra Mirabile e Seicento e all’epoca barocca, questa terza edizione di Il Prado al femminile si concentra su Isabel de Farnesio, figura decisiva nella formazione delle collezioni della pinacoteca: acquistò o commissionò quasi cinquecento pezzi conservati, circa cento dei quali sono visibili in circa la metà delle sale.
Dal 1714, anno in cui sposò Filippo V (rimase vedova), fino al 1766, data della sua morte, svolse un’attiva attività di mecenatismo, con notevole libertà e sostenuta in massima parte dal proprio patrimonio, noto come la tasca della regina. I suoi gusti erano molto definiti, e anche sinonimo di qualità: tra i suoi preferiti figuravano Murillo (con il lustro reale a Siviglia), Velázquez, Rubens, Van Dyck o David Teniers il Giovane, ma scelse anche di acquisire le sculture classiche appartenute a Cristina di Svezia, oggi esposte al secondo piano dell’edificio Villanueva, assicurandone imballaggio e trasporto adeguati.
García Pérez ha riconosciuto la difficoltà di selezionare tra quelle cinquemila possibilità le quarantacinque composizioni che compongono il percorso. È stata ricercata la loro rappresentatività e l’offerta si articola in tre sezioni: la prima riguarda la costruzione dell’immagine della regina, in patria nota come la parmigiana per le sue origini; data la salute cagionevole di Filippo V, lui assunse più volte incarichi di governo e il potere fu iconograficamente enfatizzato; gli usi e le funzioni legate ai ritratti di Jean Ranc e Van Loo possono essere integrate dallo studio di quelli delle consorti dei loro figli e figliocci: Luisa Isabel d’Orleans, Barbara di Braganza e Maria Amalia di Sassonia.

Una seconda sezione ripercorre la sua collezione di dipinti: ne accumulò oltre mille, circa un terzo dei quali oggi si trova al Prado. Circa la metà di essi è attribuita a pittori fiamminghi (Rubens, Teniers il Giovane, Brueghel) e comprende anche opere italiane (Correggio, Veronese, Parmigianino, Guido Reni) e spagnole (già citato Murillo, Velázquez, Ribera e Carreño de Miranda o Claudio Coello). La presenza di pittori francesi e tedeschi era meno consistente tra i suoi fondi. E il terzo gruppo coincide con quelli che García Pérez intende come le opere più eloquenti rispetto ai suoi criteri e al suo modo di collezionare, includendo quel gruppo scultoreo tra i più ricercati dell’epoca: pezzi che avevano sedotto Cristina di Svezia, provenienti dalla bottega romana o dalla Scuola di Pasiteles, che possono essere ammirati tra le sale 71 e 74 e nella Sala delle Muse.
Da esse la regina volle preparare quello che sarebbe stato il primo catalogo illustrato di una collezione reale, incarico affidato all’abate siciliano Ajello e Liscari. Isabel de Farnesio però non fu soddisfatta del risultato e decise di non pubblicarlo: consapevole dell’importanza delle sue collezioni, temeva anche che una loro esibizione non adeguata potesse essere un errore (sia per quelle opere sia per la sua stessa fama). Quel catalogo non è conservato, ma una serie di cinquantanove disegni preparatori si trova, sempre al Prado.
Se i pezzi appartenuti a Filippo V erano contrassegnati da una croce di Borgogna, quelli di sua moglie portavano un giglio, e lo stesso emblema è stato ora aggiunto sui cartigli delle opere appartenute alla regina, incluse o meno in questo percorso. Recentemente arrivato in Spagna, il disegno de L’educazione della Vergine di Murillo, trafugato dal museo nel 1897 e ritrovato di recente a Pau, è stato temporaneamente trasferito per dieci anni in assenza dell’approvazione in Francia di formule giuridiche che ne regolino l’eventuale restituzione.

Nel rivedere queste composizioni con il sigillo dell’interesse Farnesio, vale la pena soffermarsi sul ricco apparato scenico dei ritratti familiari dei re e dei loro figli di Ranc e Van Loo; nelle sfumature azzurre dei nastri, allusivi ai Borboni, e nelle miniature con i volti dei mariti delle consorti dei figli di Filippo V; nell’unione tra teologia e tenerezza nel Murillo di una Immacolata Concezione, in Ecce Homo e in un motivo doloroso; o nell’eleganza serena di Watteau in Capitolazioni nuziali e balli country.
Anche una parte di questo percorso è rappresentata da San Giovanni Battista del Solimena, energico e immerso in un espressivo chiaroscuro; La Sibilla di Velázquez, di cui, dall’inventario della regina, sappiamo essere opera di sua moglie Juana de Pacheco; l’apostolato di Rubens (che affidò all’autore copie di alcune composizioni le quali, all’epoca, non vennero svalutate); oppure Il sogno di Giacobbe di Ribera, acquistato all’epoca come se fosse Murillo.


E’ stato anche possibile ammirare, tra gli altri, il recente restauro di San Sebastiano di Guido Reni, le nature morte di Clara Peeters (segno del suo riconoscimento); la devota Santa Barbara del Parmigianino, Il trionfo della morte e Il paesaggio innevato con pattinatori e trappola per uccelli di Brueghel, impressionante nel primo e compagnato apparentemente armonico nel secondo.
Quanto alle sculture appartenute a Cristina di Svezia, non esitò ad accordarsi e a pagare quanto necessario per ottenerle. Ebbe l’appoggio di numerosi intermediari (cardinali, artisti, nobili) nell’acquisto e fu incoraggiata dall’educazione ricevuta durante l’infanzia e dal desiderio di elevare gli orizzonti della collezione reale spagnola.


