Quattrocento pezzi provenienti da collezioni messicane diverse compongono la mostra “Metà del mondo. Donne nel Messico indigeno”. L’esposizione, che dall’ultimo 31 ottobre è allestita in altre quattro sedi madrilene, è ospitata dal Museo Archeologico Nazionale, dalla Fondazione Casa de México in Spagna, dall’Istituto Cervantes e dal Museo Thyssen-Bornemisza, e ha ottenuto il patrocinio delle autorità messicane e spagnole.
Oltre al contesto politico evocato all’inaugurazione, l’iniziativa offre l’occasione di ammirare a Madrid creazioni e oggetti di grande rilievo delle popolazioni mesoamericane anteispaniche. Curata da Karina Romero Blanco, direttrice del Museo Archeologico di Cancún, l’esposizione intende accompagnarci nell’approfondimento dei loro costumi, del rapporto con la divinità e con la natura, delle lingue e persino della gastronomia, così come nel ruolo delle donne all’interno di queste società, nel contesto della vita comunitaria e della trasmissione del sapere.
È utile iniziare la visita dalle quattro sezioni della mostra collocate al Museo Archeologico Nazionale, poiché l’allestimento di tali reperti offre un contesto utile agli altri reparti. Il percorso si concentra sull’esperienza umana e presenta pezzi che interrogano le funzioni assunte dalle donne nelle popolazioni indigene: l’educazione dei bambini, la cura degli anziani, la produzione di tessuti e ceramiche, la preparazione del cibo e la trasmissione di rituali o discorsi, ruoli strettamente legati al ciclo vitale e al mantenimento delle tradizioni culturali.
In modo analogo viene esaminata la partecipazione femminile nei campi politici e religiosi, minoritaria ma attestata tra Maya, Mixtechi e Mexica come sacerdesse, sciamane, governanti e guerriere. Tra i Maya esse organizzavano cerimonie diplomatiche e banchetti e, in particolari contesti, potevano accedere alla scrittura e alla lettura.
Tra i pezzi esposti nel Museo Archeologico spiccano una coppia di guerrieri Aquila e Jaguar provenienti da Tehuacán, Puebla; piccole terrecotte Olmeche raffiguranti donne anziane della costa del Golfo; la sacerdotessa di Palenque, nel Chiapas; un portaincensiere Maya; e una recente scoperta scultorea a Veracruz: la giovane donna di Amajac.

Dalla sfera umana si passa a quella divina, che trova sede presso la Fondazione Casa de México in Spagna. In questa sezione si esplorano le tracce femminili nel pensiero di queste culture, le quali, in origine, tendevano a interpretare l’universo come un equilibrio dinamico tra opposti complementari – femminile e maschile – interdipendenti e entrambi indispensabili per conservare l’ordine cosmico e sociale.
Il concetto di dualità è radicato profondamente nel visiónario indigena: tutti gli esseri, terrestri o divini, sono mossi da forze contrarie e l’operare del mondo non può essere compreso senza l’equilibrio tra vita e morte, tra giorno e notte, tra pioggia e siccità. In questo contrappeso, l’elemento femminile rappresenta la terra, l’acqua, la fertilità, il freddo o l’oscurità.
Per gli Nahua e i Maya, il corpo ospita forze emotive che vanno tenute in equilibrio ed è legato al divino attraverso tatuaggi o altre modifiche corporee. In questo settore si incontrano raffigurazioni di divinità mesoamericane che alludono sia alla creazione sia alla distruzione, alla sessualità e alla purificazione. A partire dal XVI secolo molte di esse furono ridefinite come invocazioni della Vergine, senza però distaccarsi dai loro attributi originari.
Si potranno osservare sculture in pietra e ceramica di varie dimensioni, sia minimali sia monumentali, accanto a tessuti, vimini e dipinti a olio, che attraversano un arco che va dal periodo preclassico ai giorni nostri.


All’Istituto Cervantes, i riflettori sono puntati sul tessile, risultato di una pratica ancestrale che associa identità personale e collettiva alla vita sociale, economica e spirituale, ed è un lavoro tradizionalmente affidato alle donne, allora come oggi.
Osserveremo gli abiti tradizionali (huipil, quechquémitl e cueitl o groviglio), realizzati con materiali e tecniche variabili da comunità a comunità; strumenti per la tessitura (il fuso o argano, il telaio a cinghia); e una selezione di tessuti che raccolgono storie personali, miti e credenze.


Al Museo Thyssen-Bornemisza, infine, è possibile ammirare l’opera più nota: la Lady Tz’aka’ab Ajaw, detta la “Regina Rossa” di Palenque. Si tratta di una maschera funeraria Maya con paraorecchie, realizzata in malachite, giadeite, calcare e ossidiana, datata all’incirca tra il 600 e il 900 d.C. Apparteneva alla moglie di K’ihnich Janaab’ Pakal, Pakal il Grande, governatore di Palenque, proveniente da una famiglia nobile e impegnata in attività pubbliche e diplomatiche del marito.
I Maya concepivano la morte come un passaggio spirituale: per questo le sepolture erano accompagnate da rituali mirati a facilitare l’itinerario verso gli inferi e la trasformazione del defunto in un’entità solare.
Le quattro esposizioni resteranno fruibili al pubblico fino a febbraio/marzo 2026.


“Metà del mondo. Donne nel Messico indigeno”
MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
C/ Serrano, 13
Madrid
Fino al 22 marzo 2026
FONDAZIONE CASA DE MÉXICO IN SPAGNA
C/Alberto Aguilera, 20
Madrid
Fino al 15 febbraio 2026
ISTITUTO CERVANTES
C/ Alcalá, 49
Madrid
Fino all’8 marzo 2026
MUSEO NAZIONALE THYSSEN-BORNEMISZA
Viale del Prado, 8
Madrid
Fino al 22 marzo 2026
